News

Position paper di ESPO sulla Brexit

Cara Europa, non lasciare soli i porti

di Redazione

Maggiore attenzione a trasporti e shipping nella seconda fase delle trattative sulla Brexit. Lo chiede ESPO in una nota inviata nei giorni scorsi alla Commissione Europea. Mentre procedono spedite le negoziazioni sull’uscita del Regno Unito dall’UE, con le sedute messe in agenda da metà aprile dalla taskforce guidata da Michel Barnier, l’Organizzazione dei Porti Europei si dice preoccupata dei possibili contraccolpi che il concretizzarsi della Brexit potrebbe avere sull’industria marittima, se Europa e Gran Bretagna non riusciranno a trovare un accordo soddisfacente sul tema. «Molti paesi dell’Unione – si legge nella nota – intrattengono con Londra non pochi rapporti commerciali: la maggior parte del commercio avviene per via marittima. È perciò di vitale importanza considerare l’impatto potenziale che gli scenari post Brexit potrebbero avere sulla catena logistica comunitaria».

L’interscambio commerciale dell’UE con la Gran Bretagna vanta numeri importanti: attualmente l’export di beni e servizi dall’UE a 27 verso l’UK vale 365 miliardi di euro, pari al 54% di tutte le importazioni effettuate dal Regno Unito, mentre l’export britannico verso l’UE vale 274 miliardi, pari al 43% delle esportazioni totali del Paese. Per questo motivo ESPO ritiene che debba essere assolutamente preservato il principio della libera circolazione delle merci. Come? Attraverso un trade agreement che preservi la crescita economica: «Sino ad oggi – è questa la riflessione dell’European Sea Ports Organisation – le navi europee hanno potuto operare liberamente da e per la Gran Bretagna con incombenze amministrative modeste: oggi i porti temono che questo non sarà più possibile una volta completata la procedura di uscita degli United Kingdom dal mercato unico dei beni e dall’Unione doganale».

Dal momento in cui Londra lascerà l’UE si renderanno insomma necessarie dichiarazioni di carico e numerosi altri controlli, compresi quelli fitosanitari e quelli legati all’immigrazione. Si tratta di un mutamento di scenario che comporterà inevitabilmente un allungamento dei tempi e quindi una congestione degli scali britannici, con conseguente rallentamento generalizzato per il flusso logistico tra Regno Unito e continente. ESPO chiede quindi tempo. Occorre un periodo di transizione prima che i porti possano adattarsi alla nuova situazione e saranno necessari nuovi investimenti da parte dei terminalisti per far fronte alla richiesta generalizzata di un aumento delle ispezioni e dei controlli. «Dal momento in cui Londra lascerà la Customs Union, gli scambi commerciali tra UE e UK cambieranno status (da union a non union goods). Questo significa una cosa sola: che l’ammontare delle formalità procedurali da evadere aumenterà notevolmente», afferma ESPO. Occorre quindi che l’Unione Europea tenga conto di questi costi (necessari per introdurre nuove soluzioni IT e per assumere nuova forza lavoro) quando stilerà il budget 2021-2027.

Va anche presa in considerazione l’eventualità (nefasta) che il commercio UE-UK entri in regime di WTO (World Trade Organization), diventando soggetto anche a dazi doganali. Quando lascerà l’Unione Europea, Londra dovrà infatti rivedere tutte le tariffe, le quote e i sussidi perché quelli attuali sono stati discussi nell’ambito del mercato unico comunitario, di cui non farà più parte. Il risultato potrebbe essere quello di un aumento dei costi degli scambi commerciali tra l’UE e la Gran Bretagna, con dazi all’importazione pari al 10% per le auto, al 12-25% per il succo di frutta all’arancia e al 10% per altre bevande.

Non si può più tergiversare: la strada per buon accordo per il dopo Brexit è iniziata. Si tratta di un percorso accidentato che – si spera – verrà portato a compimento con soddisfazione per entrambe le parti. In gioco c’è il futuro dei rapporti commerciali tra le due sponde del Canale della Manica.

Leggi il documento di ESPO sulla Brexit

 

Torna su