Ammonterebbe a 156.074 TEU la capacità minima oggi intrappolata nel Golfo Persico a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Le stime sono di Sea Intelligence. La società di analisi ha condotto il 28 febbraio scorso uno stress test che prende a riferimento uno scenario base nel quale si dà per scontato che le navi commerciali abbiano rispettato il programma di navigazione senza ritardi.
Il totale salirebbe però a 204.159 TEU se si prendessero in considerazione anche le navi che viaggiano in ritardo sulla tabella di marcia. “Ciò dimostra come le inefficienze di rete già esistenti possano creare ulteriori disagi in una catena logistica messa già a dura prova dai sempre più frequenti shock geopolitici” spiega la consultancy firm.
Secondo Sea Int., una chiusura prolungata della via d’acqua potrebbe inoltre innescare immediati effetti a catena (spillover) sull’intera rete oceanica. Le navi attualmente dirette verso il Golfo Persico saranno costrette a interrompere le rotazioni, causando l’improvviso spostamento del carico verso hub di trasbordo alternativi fuori dal punto critico, come Salalah, Colombo e Singapore.
“Questa deviazione improvvisa farà inevitabilmente aumentare la densità dei piazzali, riducendo la produttività dei terminal e creando ritardi negli ormeggi per le navi di linea su rotte commerciali del tutto indipendenti” sottolineano gli analisti della società di analisi britannica.
C’è anche un altro problema. Essendo una regione di importazione, il Golfo Persico funge da serbatoio di container vuoti. Le navi caricano questi vuoti per riportarli nei centri manifatturieri (come Cina e Sud-Est Asiatico) dove c’è invece una carenza cronica di equipment per le esportazioni.
Bloccare simultaneamente oltre 200.000 TEU di capacità significa in sostanza affamare le fabbriche asiatiche, che si ritrovano senza i contenitori fisici necessari per spedire i loro prodotti nel resto del mondo.