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Svolta nelle rotte marittime

Container, ritorno a Suez per Maersk e Hapag-Lloyd

di Redazione

Potrebbe essere una svolta. O perlomeno un nuovo capitolo dell’esito non scontato. I colossi Maersk e Hapag-Lloyd hanno annunciato che riproveranno a transitare per il Canale di Suez attraverso il servizio congiunto Gemini AE15/SE3. La decisione, tuttavia, comporta un drastico taglio delle tappe previste.

Il nuovo itinerario, modificato con effetto immediato, si limiterà a toccare i porti di Qingdao, Kwangyang, Ningbo, Tanjung Pelepas, Port Said, Damietta, Colombo e Singapore, prima di rientrare a Qingdao. Saltano completamente, invece, gli scali programmati nei porti turchi di Canakkale, Yarimca e Ambarli.

Il cambio di rotta è già operativo: la Majestic Maersk, una portacontainer da ben 19.076 TEU, è salpata da Qingdao lo scorso 8 giugno 2026 ed è attualmente in navigazione verso Suez, dove effettuerà anche una sosta tecnica non programmata.

Secondo gli analisti di Linerlytica, questa mossa potrebbe innescare un effetto domino, spingendo l’alleanza Gemini a reindirizzare ulteriori navi verso Suez. La fuga verso la via d’acqua marittima permetterebbe infatti ai due vettori di guadagnare efficienza sui tempi di transito (oggi più lunghi a causa del dirottamento verso il Capo di Buona Speranza) e recuperare parte del terreno perduto sui diretti rivali.

Nei prossimi 18 mesi, Maersk e Hapag-Lloyd sono però destinate a scivolare ancora più in basso nella classifica globale dei vettori marittimi, sorpassate da rivali che crescono a ritmi molto più serrati. In cima alla classifica, MSC continua a fare il vuoto dietro di sé: il leader di mercato sta ampliando il divario con tutti i concorrenti e punta a superare una flotta record da 9 milioni di TEU entro il 2029.

In questo scenario, si complica la strategia di Hapag-Lloyd per scalare le posizioni. La pianificata acquisizione della compagnia israeliana Zim — mossa chiave che avrebbe permesso al gruppo tedesco di scavalcare i diretti rivali ONE ed Evergreen — è ora seriamente a rischio.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha infatti dichiarato che la vendita non è all’ordine del giorno; anche il Ministro della Difesa, Israel Katz, che ha accolto ufficialmente il parere dei tecnici del ministero, si è schierato contro l’operazione. Secondo la nota ufficiale, l’accordo formale non offre garanzie sufficienti a tutela degli interessi di sicurezza nazionale dello Stato ebraico.

La reazione dei mercati è stata immediata: dopo le dichiarazioni governative, le azioni di Zim sono crollate del 6,5% nella sola seduta del 6 luglio. Da parte sua, la compagnia israeliana ha cercato di gettare acqua sul fuoco, dichiarando che continuerà ad “agire nel pieno rispetto degli accordi, collaborando con le autorità competenti per superare questa fase”.

 

Intanto, la flotta di navi portacontainer inattive è scesa ai livelli più bassi da febbraio, poiché le navi bloccate all’interno dello Stretto di Hormuz sono scese a 21 unità, la maggior parte delle quali già evacuate nelle ultime tre settimane.

La disponibilità di navi portacontainer rimane estremamente limitata e ciò si riflette sul rialzo dei tassi di noleggio e dei prezzi di rivendita, con i vettori che fanno a gara per assicurarsi tutto il tonnellaggio disponibile per capitalizzare sull’impennata delle tariffe di nolo.

L’indice SCFI ha superato quota 3.300 nonostante il parziale ridimensionamento di alcuni aumenti tariffari del 1° luglio, con le tariffe transpacifiche in particolare che tengono molto bene, anche se i future sui noli per la rotta Asia-Europa suggeriscono che queste ultime potrebbero aver già raggiunto il picco.

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