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Gender gap

Donne a bordo, l’altra faccia del mare

di Redazione Port News

Spesso sottoposte a condizioni di lavoro estremamente difficili, a discriminazioni e anche a molestie sessuali. Le donne marinaio sono una categoria rara nel mondo dei trasporti, rappresentano appena il 2% della forza lavoro complessivamente impiegata a bordo delle navi e ancora oggi stentato a essere adeguatamente valorizzate.

È quello che emerge dal racconto di Philippa Bowden, marittima britannica con alle spalle una lunga esperienza in mare, iniziata nel 2008 come marinaio semplice impiegato su una general cargo.

Intervenendo a un evento online organizzato dalla Women’s International Shipping and Trading Association (WISTA) per celebrare la giornata internazionale del marittimo, la seafarer ha parlato della difficile vita in mare.

In uno dei numerosi viaggi, la Bowden si è trovata a lavorare come secondo ufficiale a bordo di una nave composta da un equipaggio di 25 uomini: «Ho subìto fin dall’inizio una forte pressione perché facessi bene i miei compiti. Tutti i colleghi conoscevano il mio nome» ha raccontato.  «È stato come avere 25 zii: il fatto di lavorare a stretto contatto con altre persone h24, sette giorni su sette, per otto mesi, ti porta indubbiamente a sentirti parte di un’unica grande famiglia».

E fin qui tutto bene. Ma la Bowden, che oggi lavora per una compagnia crocieristica italiana come vice responsabile del dipartimento delle operazioni di flotta, si è anche soffermata sugli aspetti negativi di questa convivenza forzata: «A bordo puoi trovare persone gentili, con le quali stringere un’amicizia, e altre un po’ meno. Ci sono stati diversi casi di bullismo, mobbing e discriminazione».

La seafarer parla in particolare di un capitano con il quale ha avuto un rapporto lavorativo complesso: «Mi disprezzava e mi appellava con ogni tipo di nomignolo. Non aveva vergogna, prendeva la radio e, facendosi sentire da chiunque fosse a portata di orecchio, diceva: “Dov’è quella cavolo di ragazza?!”».

«Per lui era come se non valessi nulla, anzi, meno di zero. “Non fai niente! Perché sei qui? Dovresti spingere un passeggino”, mi diceva. Allora avevo 24-25 anni, ero molto più esuberante e volevo assolutamente dimostrargli che si sbagliava. Il suo atteggiamento mi spingeva a lavorare di più, a fare sempre meglio: volevo provare al mondo intero che una donna può fare questo mestiere bene come un uomo».

Philippa ha iniziato la sua carriera nel 2008 dopo aver lasciato la scuola. È sempre stata attratta dal mare e desiderava togliersi alcune soddisfazioni lavorative senza dove intraprendere il percorso universitario, molto oneroso da un punto di vista economico. Ricorda che il suo salario annuale era pari all’ammontare del debito che i suoi amici avevano contratto per pagarsi le rette dell’Università.

Nel resoconto ripreso dal Lloyds List, la Bowden non parla soltanto di esperienze relazionali complesse e a volte poco edificanti ma si sofferma anche sulle frustrazioni patite a causa del mancato riconoscimento del lavoro svolto.

Non senza commozione, Philippa ricorda l’esperienza a bordo di una nave in navigazione nelle pericolose acque del Golfo di Aden. «Quella dei pirati era una minaccia costante. Abbiamo dovuto fronteggiare più volte gli assalti da parte di uomini armati, rischiando anche la pelle». Fortunatamente è andata bene, ma tutto quello che la marittima ha ricevuto come compenso al termine del contratto di 8 mesi sono stati 50 euro in più di bonus sulla busta paga: «Ricordo che allora pensai: la mia vita vale così poco?».

La Bowden ha lavorato duro, salendo molti gradini della carriera, sino a diventare primo ufficiale nei traghetti.  Nel 2016, all’età di 28 anni, ha ricevuto la licenza di master mariner. Oggi rievoca ancora con viva emozione il lungo tirocinio in mare ma spera che sempre più donne possano avere il riconoscimento che meritano.