Continuano a salire le tensioni nel Golfo Persico. La proposta di Donald Trump di porre fine al conflitto tra Stati Uniti e Iran – una tregua di 30 giorni e un piano di 15 punti per costruire l’accordo – non pare aver portato a una deescalation della guerra, giunta oggi al suo 27esimo giorno.
La Repubblica iraniana ha manifestato una certa diffidenza verso la nuova mossa del Tycoon, che peraltro si sta preparando all’invio di altre truppe in Medio Oriente. Un portavoce militare dei Pasdaran ha difatto deriso i tentativi americani per la pace: ” I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi” ha dichiarato.
“Il presidente Trump è passato dall’annuncio di un ultimatum di 48 ore, con annessa minaccia di annientare le centrali elettriche iraniane, al disegno di un nuovo scenario di pace. Il cambio di rotta e retorica, così improvviso, è una delle tante giravolte a cui ci ha da tempo abituato il leader a stelle e strisce” afferma a Port News Nereo Marcucci.
Il primo presidente dell’Autorità Portuale di Livorno, ex amministratore delegato di Contship, coordinatore di Confindustria Toscana – Infrastrutture e Logistica, guarda con preoccupazione alla situazione che si è venuta a delineare: “Preoccupa soprattutto l’estemporaneità delle decisioni prese in politica estera dal Presidente della principale forza economica e militare al mondo” afferma, sottolineando come il trumpismo sia “una strategia muscolare alimentata da una diffidenza sempre maggiore nei confronti del sistema di alleanze tradizionali su cui si è retto sino ad oggi il mondo che conoscevamo”.
Una politica, quella promossa dal primo inquilino della Casa Bianca, che si regge su un misto di spettacolarismo e pragmatismo: “Se l’allargamento dell’influenza americana risponde alla necessità di Trump di nutrire la propria retorica nazionalista e assecondare così, sia pure con effetti non sempre favorevoli, il popolo Maga, la politica dei dazi parte dalla convinzione che la globalizzazione sia ormai finita, che la Cina non possa più essere la fabbrica di un mondo dominato dal dollaro, che la produzione nazionale debba essere protetta da alte tariffe doganali e che i consumi interni debbano essere stimolati grazie a un costo del denaro competitivo”.
Quello che sta accadendo in Iran è però la dimostrazione di come la situazione stia letteralmente sfuggendo di mano a tutti: “Dubito che il presidente americano si aspettasse una reazione simile da parte Teheran. Che peraltro, ha cominciato a trarre un indebito vantaggio competitivo da una situazione originaria di debolezza” fa osservare il manager livornese, che aggiunge: “E’ ormai noto ai più che le guardie della Rivoluzione Islamica stanno ormai monitorando tutte le navi in transito dallo Stretto di Hormuz, esigendo in certi casi una tassa di passaggio”.
Lloyd’s List ha fatto presente come dal 13 marzo scorso ben 26 navi abbiano pagato cifre sino a 2 milioni di dollari in cambio di un passaggio sicuro tra le isole iraniane di Qeshm e Larak. E’ stato di fatto istituito un tool booth system, un sistema di controllo del transito, dove le navi devono ottenere l’autorizzazione per attraversare la via d’acqua. Per l’ex n.1 nazionale di Confetra “è importante osservare come il traffico in ingresso e in uscita da Hormuz sia tornato ad aumentare dopo il periodo iniziale di shutdown, segno che Teheran potrebbe aver stretto accordi diplomatici con altri Paesi”.
Insomma, i choke point rischiano oggi di diventare un’arma geopolitica rilevante per i Paesi di prossimità: “Mai come oggi la geopolitica è stata così pervasiva: dopo aver contribuito a ridefinire, con la crisi pandemica, i paradigmi stessi della logistica, è arrivata a modificare traiettorie di mercato e flussi di traffico con la stessa facilità con cui si cambiano le pile al telecomando” è la chiosa di Marcucci.
“Certo – ammette – lo shipping è riuscito comunque ad adeguarsi alle numerose situazioni di crisi che si sono succedute nel tempo, trovando sempre nuove strategie e vie percorribili”. Da questo punto di vista, “non si può non osservare come i big carrier attivi nel trasporto marittimo di container abbiano saputo fare di necessità virtù, andando a ripristinare i servizi feeder intra-Golfo e i collegamenti tra India, Oman e Emirati Arabi per mantenere il flusso di merci verso la Regione”.
Insomma, “ancora una volta osserviamo come la resilienza non sia soltanto uno slogan ma un metodo, una skill fondamentale in periodi caratterizzati da continue crisi. Preoccupa però che una delle vie d’acqua più importanti al mondo per il traffico petrolifero sia oggi diventata un casello autostradale dell’Iran”.
Per l’ex presidente della Port Authority livornese la partita è globale: “Le giravolte strategiche del presidente americano hanno effetti devastanti non soltanto sul prezzo del greggio Brent ma su tutta l’economia mondiale e impattano chiaramente anche sull’Europa, sul nostro Paese e sulla Regione Toscana, che è tradizionalmente vocata all’export”.
Ciò che è evidente è che “i sovraccosti energetici stanno oggi mettendo in ginocchio le nostre industrie e penalizzando l’export. L’Italia subisce passivamente i rialzi dei mercati internazionali con incrementi di prezzo che hanno toccato il gas e l’elettricità” ammette Marcucci, che però invita a gettare il cuore oltre l’ostacolo.
“Se a livello europeo si pongono ormai come ineludibili le questioni del sistema di difesa militare comune e dell’autonomia energetica, con annessa necessità di una rivalutazione del nucleare, a livello nazionale il tema del sostentamento energetico diventa ancora più pressante. E’ un bene – puntualizza il manager di Confindustria – che l’Italia si sia dotata di diversi rigassificatori per diversificare le fonti di approvvigionamento: lo dico da uomo d’azienda, visto che presiedo il consiglio di amministrazione di PIM a Piombino, dove la decisione di mantenere il rigassificatore ha suscitato forti polemiche, anche per la mancata esecuzione degli accordi strategici relativi alla realizzazione della nuova banchina ovest, considerata ancora di più oggi un polmone importante per lo sviluppo dei traffici locali”.
Ma in ballo non c’è soltanto il tema energetico: “Credo sia fondamentale oggi fare tesoro delle osservazioni critiche del presidente di Confindustria Emanuele Orsini: l’antidoto contro l’estemporaneità di una geopolitica che pare oggi piegata ai capricci di un uomo solo al comando c’è e consiste nella necessità di sviluppare una vera politica industriale che aiuti l’Italia a presidiare i propri interessi economici nello scenario del commercio globale”.
Per Marcucci occorre prima di tutto accelerare sulla realizzazione delle infrastrutture, che hanno un ruolo strategico ai fini dello sviluppo del Sistema Paese.
Ma non basta: “E’ fondamentale che il Governo centrale e quello regionale mettano a terra una seria politica di attrazione degli investimenti”. In una situazione di difficoltà come quella attuale, dove le imprese si trovano sotto pressione per un insieme strutturale di fattori esogeni ed endogeni che si stanno ormai cronicizzando, occorre fare uno sforzo in più: “Se da una parte diventa necessario ravvivare il mercato interno e stimolare la ripresa dei consumi, dall’altra bisogna lavorare per sostenere con ancora più vigore l’imprenditoria italiana”. Come? “Attraendo nuovi investimenti anche attraverso strumenti che abbiamo già e che devono soltanto essere attuati, come le ZLS”.
Di una cosa Marcucci è convinto: “Non ci sono strade obbligate da seguire, e non esistono soluzioni valide per tutti. Dobbiamo guardare avanti, senza dimenticare che la logistica rimane un mezzo per raggiungere il fine. E il fine è quello di produrre ricchezza e benessere”.
