L’attacco USA in Venezuela, che ha scatenato le reazioni da parte dei governi di molti Paesi, ha avuto per ora un impatto molto limitato sul prezzo del petrolio. Ma prevale attorno agli investitori una certa cautela sul futuro, per via delle possibili ripercussioni mondiali dell’iniziativa trumpiana.
Gli analisti registrano un forte nervosismo nel mercato del trasporto marittimo di greggio, con riferimento particolare alle grandi petroliere, le Very Large Crude Carrier (VLCC), il cui tasso spot medio globale è passato sul Baltic Exchange dai 37.869 dollari al giorno del 6 gennaio scorso agli attuali 63.461 dollari giornalieri.
Non molto dissimile l’andamento dell’indice TD3C, che misura il costo del nolo per le VLCC sulla rotta che va dal Golfo Persico alla Cina. I valori sono schizzati dai 28.709 dollari al giorno dello scorso 6 gennaio agli attuali 61.704 dollari quotidiani.
“Il mercato del greggio ci ha abituato a ben altre impennate nel corso del 2025, quando i noli delle unità mercantili hanno toccato vette molto alte” afferma in una intervista rilasciata a Port News il broker marittimo Ennio Palmesino. “I rendimenti dell’anno appena trascorso – aggiunge – hanno interessato non soltanto le Aframax (tra 80.000 e 120.000 tonnellate di portata lorda) e le Suezmnax (tra 120.000 e 200.000 DWT), privilegiate per il traffico con la Russia, quindi fortemente richieste, ma anche le VLCC, che a partire dalla seconda metà del 2025 sono arrivate a pagare più di 100.000 dollari al giorno”.
L’analisi di Palmesino conferma la prudenza degli operatori del settore nel muoversi in uno scenario che, comunque, è senz’altro di guerra: “C’è una tendenza da parte degli armatori a rialzare le quotazioni dei noli in previsione di un aumento della domanda delle proprie navi” dice l’esperto analista di mercato, sottolineando come stia maturando tra i clienti una sempre maggiore diffidenza verso la flotta ombra russa, utilizzata sino ad oggi per trasportare il greggio sanzionato: “Sono navi sempre più vetuste e meno efficienti, con rischi evidenti di disastro ambientale” fa osservare, precisando che “proprio mentre il mare sta tornando ad essere uno spazio conteso, la flotta ombra si pone agli occhi di chi opera nel settore non soltanto come un problema di elusione delle sanzioni ma anche come un fattore di instabilità marittima, con ricadute su tempi di consegna della merce e premi assicurativi. Questo le società armatoriali lo sanno così come sanno che presto i clienti torneranno ad utilizzare le navi non sanzionate”.
L’analista registra insomma una certa fibrillazione sugli approvvigionamenti di greggio, anche a causa dei contraccolpi della vicenda venezuelana, ma mette le mani avanti: “Credo che ad oggi ci sia più preoccupazione per la situazione in Iran” ammette, sottolineando come Caracas pompi non più di 800.000 barili al giorno, di cui 500.000 diretti verso la Cina: “E’ un traffico interessante, perché i viaggi sono lunghi e richiedono l’utilizzo di VLCC, ma stiamo comunque parlando dello 0,5% del volume di petrolio che viene pompato ogni anno nel settore”.
Ne consegue che “se anche i flussi di greggio originariamente diretti verso Pechino dovessero essere dirottati temporaneamente verso gli USA, staremmo comunque parlando di un traffico limitato, con pochi contraccolpi per le VLCC e un beneficio poco tangibile per la Aframax, che verrebbero in questo caso preferite alle prime per il trasporto di petrolio lungo le rotte tra il Paese sudamericano e quello statunitense”.
L’esperto broker dubita tuttavia che il greggio venezuelano andrà tutto in America: “L’intenzione di Trump è quella di favorire una maggiore penetrazione commerciale di Caracas da parte dalle major americane, a cominciare dalla Chevron, già presente in Venezuela. E’ altamente probabile quindi che queste continueranno a spedire il greggio in Cina” dice, facendo presente come le sorti dell’oro nero venezuelano stiano a cuore più che altro ai russi e agli stessi cinesi, verso i quali il paese di Maduro esportava il petrolio per pagare i propri debiti: “La produzione del greggio venezuelano è secondaria e di scarsa qualità: in Europa, ad esempio, arrivano dal Paese sudamericano soltanto 50.000 barili al giorno: il petrolio di Caracas non viene però usato per produrre carburante ma soltanto bitume e lubrificanti”.
Questione diversa è quella dell’Iran, che oggi si trova in una fase di profonda crisi economica, con tensioni interne ed esterne, in particolare dopo la fine dell’accordo sul nucleare e la recente escalation del conflitto con Israele. Il malcontento sociale è alto e secondo Palmesino potrebbe persino sfociare nella possibile caduta del Regime. Le manifestazioni esplose poche settimane fa nel Paese contro il carovita, violentemente represse dai Pasdaran, stanno difatto assumendo i contorni di una guerra civile. Quello che accadrà non è ancora chiaro ma Washington starebbe valutando già “opzioni molto forti” in risposta alla repressioni delle proteste.
“La produzione di greggio iraniano, che oggi si attesta attorno ai 2 mln di barili al giorno, è frenata dalle sanzioni americane ed europee, ma ha un potenziale di poco più del doppio” afferma il broker marittimo. “Se il regime del presidente Masoud Pezeshkian dovesse cadere, e con esso anche le sanzioni, Teheran potrebbe tornare a produrre sino a quattro mln di barili al giorno, imprimendo una spinta ribassista ai prezzi del greggio, e favorendo di conseguenza un aumento della domanda di trasporto marittimo, con effetti positivi sui noli”. Certo – precisa – “in questo caso, andrebbe anche valutata la reazione dei Paesi dell’OPEC, che sarebbero sicuramente contrari ad un incremento della produzione di greggio iraniano”.
Ad oggi è però difficile fare previsioni di lungo corso. Le incognite restano tutte sul tavolo: “Il presidente americano farà di tutto per dare al regime la spallata definitiva, tenendo alta la pressione. Per questo mi aspetto che le sanzioni aumentino nel breve periodo – ammette l’intervistato -, la pressione esterna verso l’Iran potrebbe addirittura avere come effetto immediato quello di riaccendere il nazionalismo e smorzare il giro di proteste. Per questo e altri motivi prevedo un 2026 estremamente volatile per il mercato del greggio”.