Dal 1° gennaio 2026, con una misura contenuta nella Legge di Bilancio, è stato azzerato il fondo nazionale che dal 2022 compensava l’impennata dei prezzi delle materie prime per la realizzazione delle infrastrutture. Ne dà notizia stamani il Secolo XIX, sottolineando come questa decisione cada nel bel mezzo di una crisi logistica globale definita “tempesta perfetta”: le tensioni in Medio Oriente (guerra in Iran) e l’allungamento delle rotte marittime hanno fatto volare il Baltic Dry Index sopra i 2.650 punti, rendendo proibitivi i costi di trasporto di materiali cruciali come ferro, calcestruzzo e inerti.
Il peso dei rincari grava ora interamente sui bilanci dei singoli enti pubblici (Comuni, Rfi e Autorità Portuali). Sebbene le cosiddette opere indifferibili già cantierate — come la Diga di Genova, la Darsena Europa a Livorno o l’Hub di Ravenna — non sembrino a rischio stop immediato, il loro completamento avverrà a discapito dei progetti futuri. Le risorse interne, inizialmente destinate a nuovi investimenti, dovranno infatti essere dirottate per coprire i costi extra di quelle attuali.
Il fondo per gli extra costi era stato introdotto nel 2022 per il Covid e prorogato per la guerra in Ucraina. Era nato per far fronte ai forti rincari dei materiali da costruzione (ferro e cement0) e della manifattura.
Dato che il problema è sistemico, gli amministratori locali chiedono un intervento risolutivo dal Ministero delle Infrastrutture.
Senza un nuovo supporto nazionale per contrastare la speculazione e i costi energetici/logistici, il risultato certo sarà una stagione di nuovi ritardi per l’ammodernamento del Paese.