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Tasse e Coronavirus

Marittimi indiani tartassati

di Redazione Port News

In migliaia rischiano di perdere lo status di “Indiano Non Residente” e di dover quindi pagare le imposte sul reddito che lo Stato applica invece a chi viva e lavori in India per più 176 giorni all’anno.

Non c’è pace per i marittimi indiani: mentre in 40 mila si trovano tutt’ora bloccati in qualche porto straniero, in attesa di essere rimpatriati, altri hanno il problema diametralmente opposto: non possono lasciare il Paese natio a causa delle severe misure di lockdown che hanno reso difficili, se non impossibili, i cambi degli equipaggi a bordo della nave.

Per godere degli speciali benefici di NRI, un seafarer deve dimostrare di aver lavorato fuori dai confini nazionali per più di 182 giorni durante l’anno finanziario di riferimento.

Il lungo periodo di inattività, maturato per molti di loro a partire da giugno 2019, da quando cioè sono scesi a terra dopo aver terminato l’ultimo periodo contrattualizzato, li costringerebbe invece a perdere lo status e a dover pagare le tasse sui loro guadagni. Tasse salate: circa un terzo di quanto totalizzato nell’anno fiscale preso in considerazione.

E la situazione non è destinata a migliorare. Tant’è vero che il Ministro delle Finanze indiano, Nirmala Sitaraman, ha presentato a febbraio del 2020 una proposta di modifica della legge sull’imposta sul reddito, stabilendo di estendere a 240 giorni il tempo necessario per la maturazione dei benefici del NRI.

Il problema non è però solo economico: questi marittimi rischiano non soltanto di rimanere stritolati dagli ingranaggi della burocrazia nazionale ma di perdere persino il posto di lavoro a vantaggio di seafarer di altre nazionalità.

Il Directorate-General of Shipping (DGS) ha stimato come tra il 23 marzo e il 30 giugno 3620 indiani abbiano perso il posto di lavoro a causa delle restrizioni nazionali causate dalle misure di lockdown.

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