Le tensioni internazionali e l’impennata dei costi di luce, gas e benzina stanno mettendo in crisi l’economia britannica. A confermarlo è l’Office for National Statistics (l’Istat inglese), che ha analizzato lo stato di salute di oltre 10.000 aziende tra la fine di luglio e i primi di agosto 2026.

Rispetto alla fine dello scorso anno, la fiducia degli imprenditori è crollata e la gestione quotidiana delle attività è sempre più difficile. Sul tavolo ci sono i nodi del commercio interno ed estero (soprattutto con Europa e Stati Uniti) e i nodi burocratici delle regole di origine.
La vera preoccupazione per chi produce nel Regno Unito resta però l’instabilità geopolitica globale. Ormai quasi una impresa su tre (il 29% di quelle con almeno 10 dipendenti) ammette apertamente di avere paura per le sorti della propria supply chain a causa dei conflitti nel mondo. Non solo: un’azienda su cinque teme che i trasporti via terra e via mare possano bloccarsi o subire pesanti ritardi.
I dati sono in linea con quelli di giugno, ma il paragone con dicembre 2025 è impressionante: in appena sette mesi, l’ansia per le guerre geopolitiche è letteralmente volata di 19 punti percentuali, mentre i timori legati alla logistica sono cresciuti del 12%.
Le guerre e le tensioni nel mondo stanno presentando un conto salatissimo alle aziende, facendo lievitare i costi per produrre e distribuire le merci.
Più della metà delle medie e grandi imprese intervistate (il 52%) dà ormai per scontato che le materie prime costeranno sempre di più, mentre il 47% prevede tariffe di spedizione al rincaro. Anche se questi numeri sono simili a quelli del mese scorso, il confronto con dicembre 2025 è pesante: parliamo di un balzo del 14%, il segno evidente che l’aumento dei prezzi non è una fiammata passeggera ma un problema strutturale.
A erodere i guadagni ci si mette anche la crisi energetica, che sta stringendo in una morsa soprattutto le fabbriche e le realtà industriali più grandi. L’ansia per le bollette di luce e gas toglie il sonno al 57% di tutte le attività intervistate, una percentuale che schizza addirittura al 70% se si guardano solo le aziende con più di 10 dipendenti.
Non va meglio sul fronte dei trasporti: il 60% degli imprenditori è fortemente preoccupato per i prezzi di benzina e gasolio. Tra le aziende più grandi la paura tocca di nuovo il 70%, crescendo ancora di 3 punti percentuali rispetto alle prime settimane di luglio.
In questo scenario, anche l’export – da sempre il motore dell’economia – inizia a a subire un forte contraccolpo. Tra le imprese che esportano (che sono il 23% di quelle sopra i 10 dipendenti), ben il 39% ammette che vendere fuori dai confini nazionali oggi costa molto più dell’anno scorso. È una crescita di 9 punti percentuali rispetto a dicembre 2025, che riporta le spese per l’export ai massimi storici da giugno 2023, quando la crisi aveva toccato il picco del 43%.
Se i dati macroeconomici certificano una tempesta perfetta, la vera partita competitiva si gioca sulla gestione interna di questa instabilità. In un contesto simile, fare previsioni di spesa nella logistica globale è diventato un incubo. Chi gestisce i conti si ritrova puntualmente con voci di spesa che esplodono all’improvviso, cannibalizzando i guadagni.
E la colpa di chi è? Quasi sempre del solito “Cigno Nero”, evocato come una fatalità inevitabile contro cui è impossibile combattere.
Molti analisti di settore, tuttavia, rifiutano questa giustificazione. Bjorn Vang Jensen di Xeneta, ad esempio, critica duramente i manager della supply chain, invitandoli a pianificare i costi basandosi su dati di mercato reali e prevedibili. Per Jensen, usare l’imprevisto come scusa per ogni errore di valutazione è un vizio da eliminare: gran parte di quelli che vengono spacciati per disastri improvvisi è in realtà ampiamente prevedibile, spesso visibile nei dati di mercato con settimane di anticipo.
“Per definizione, un Cigno Nero è un evento così raro da essere virtualmente impossibile; oggi, invece, viene tirato in ballo per qualsiasi contrattempo” afferma Jensen, secondo cui fattori come guerre, dazi, attacchi informatici, pirateria o i rincari a metà contratto non sono eccezioni imprevedibili. “Scioperi, maltempo o i cicli climatici non lo sono mai stati” sottolinea l’esperto analista. “Viviamo ormai in uno stato di crisi permanente in cui questi scenari sono semplicemente probabili. Non si possono azzerare, ma si devono includere nei piani. Parlare di Cigno Nero serve solo a rassicurare i direttori finanziari durante i report trimestrali: se la colpa è della sfortuna, nessuno rischia il posto”.
Ma il mercato non si muove a caso. La capacità delle navi cambia molto prima dei prezzi, gli ordini dei cantieri si conoscono con anni di anticipo e persino i tagli ai viaggi delle navi seguono trend stagionali. Anche lo spread tra tariffe fisse e mercato spot si allarga settimane prima che i contratti saltino. Il ragionamento dell’analista è che continuare a spacciare tutto per una sorpresa distrugge la credibilità del reparto logistico.
Se ogni errore viene etichettato come fatalità, i vertici aziendali si convinceranno che i costi di trasporto sono impossibili da governare e che il team non ha il controllo della situazione.
Jensen ne è convinto, con il 2027 alle porte, serve una svolta pratica: ridisegnare i report. La soluzione è ancorare i costi a un benchmark indipendente fin dal primo giorno, d’accordo con i controller finanziari. Solo così la categoria degli eventi straordinari tornerà a essere credibile e limitata ai veri cataclismi. Si perderà l’alibi della sfortuna, ma la logistica ci guadagnerà l’unica cosa che conta davvero: un budget solido e difendibile davanti al consiglio di amministrazione.