Il 2 ottobre scorso, nella Sala Ferretti della Fortezza Vecchia di Livorno, la presentazione del volume “Il porto che volevamo”, curato dalla professoressa Angela Tarabella, è stata l’occasione per ripercorrere tre decenni di storia dell’Autorità portuale, dalla riforma del 1994 alle grandi sfide infrastrutturali e strategiche del presente.
Nel ripercorrere i trent’anni di storia dell’Autorità portuale di Livorno, quel convegno ha riportato al centro del dibattito una parola che appartiene profondamente alla visione dell’avvocato dei moli, Giuliano Gallanti: comunità. Un concetto che conserva una straordinaria attualità e interpella tutti i protagonisti della vita portuale, dalle istituzioni alle imprese, dalle organizzazioni sindacali agli operatori.
Proprio da questa riflessione prende le mosse Massimo Provinciali, che torna sul significato della comunità portuale attraverso il caso di una lunga vicenda giudiziaria, relativa ad alcune concessioni nel porto di Livorno e protrattasi per oltre dieci anni, conclusasi definitivamente con l’annullamento senza rinvio, da parte della Corte di Cassazione, della sentenza di condanna e il ripristino dell’assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Un esito positivo sul quale il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Davide Gariglio, ha espresso soddisfazione in più occasioni, sia in sede istituzionale, davanti all’Organismo di partenariato della risorsa mare, sia pubblicamente, davanti i giornalisti proprio a margine dell’evento di presentazione del volume. Una vicenda che offre a Provinciali lo spunto per una riflessione più ampia sulle relazioni tra istituzioni e imprese, sulla gestione dei conflitti e sulla necessità di preservare la fiducia e la coesione all’interno del sistema portuale.
Pubblichiamo di seguito il suo intervento.
Ringrazio la rivista PortNews che mi dà la possibilità di ampliare un concetto che ho sinteticamente espresso il 2 ottobre scorso, alla presentazione del bellissimo libro “Il porto che volevamo”, curato dalla prof.ssa Angela Tarabella e dove è stata per me un’emozione intervenire al posto del mai troppo compianto Giuliano Gallanti.
Illustrando uno dei concetti tanto cari a Gallanti, ho parlato di “comunità portuale”, cioè del fatto che tutti gli attori delle dinamiche portuali, amministratori, imprese, sindacati, utenti… devono avere a cuore lo sviluppo comune del porto e concorrere pro-quota ai suoi successi. E in una comunità coesa, come in una famiglia, come in una squadra di calcio, i conflitti sono inevitabili, ma devono essere affrontati e risolti nelle sedi e con le procedure che l’Ordinamento mette a disposizione.
A nessun privato che si senta danneggiato da un provvedimento della Pubblica Amministrazione può essere negato il diritto di fare ricorso al TAR.
A nessun sindacato che sostiene una vertenza può essere impedito di proclamare uno sciopero.
L’Amministrazione, a partire dal’AdSP, deve assicurare il funzionamento di quei “luoghi” nei quali la legge vuole che si contemperino interessi (Commissione consultiva, Organismo di partenariato, ecc.).
Ma intraprendere percorsi diversi, estranei alla sensibilità portuale, che fatalmente finiscono oltre la capacità di controllo di chi li ha attivati, può essere foriero di danni incalcolabili proprio per l’intera comunità portuale.
E mi è stato facile citare come esempio, trattandosi di una vicenda conclusasi proprio a ridosso del convegno, l’indagine penale della quale forse qualcuno si ricorderà e che nel 2019 portò alla sospensione dalla funzione del Presidente e del Segretario generale dell’AdSP nonché di cinque importanti imprenditori portuali.
Ovviamente, ci ho tenuto a chiarire che il mio intervento andava sterilizzato dalle vicende personali, perché mi interessava concentrare il focus su un dato di sistema.
Riassunta in estrema sintesi quella vicenda, le tappe fondamentali sono le seguenti:
• A febbraio 2016 un’impresa portuale deposita in Procura un esposto/denuncia;
• Seguono oltre due anni di indagini in esito alle quali vengono disposte le sospensioni sopra citate (annullate dalla Corte di Cassazione con sentenza eseguita quando ormai le misure erano state interamente scontate);
• A dicembre 2022 il Tribunale di Livorno assolve tutti con la più ampia formula possibile: “Il fatto non sussiste”;
• A luglio 2025, la Corte d’appello di Firenze ribalta il verdetto e condanna gli imputati per i quali non era maturata la prescrizione ad un anno di reclusione oltre al risarcimento danni alle parti denuncianti;
• A settembre 2026, la Corte di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza di condanna, rendendo definitiva l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Quindi per oltre dieci anni, si è ragionato di “aria fritta”, di un fatto che non è mai esistito.
La cosa ha una sua gravità intrinseca perché, al di là della posizione dei singoli individui, la vicenda è nata e si è consumata tutta all’interno dell’ambito portuale e a finire sotto processo è stato il sistema di relazioni tra Amministrazione ed imprese, un sistema di cui tutti a turno hanno beneficiato e che è fondato sulla trasparenza e l’imparzialità ed ha l’unico scopo di favorire traffici ed occupazione (ossia gli obiettivi che la legge n.84/1994 assegna alle AdSP).
In sostanza, si deviato da quel sistema di gestione dei conflitti “interno” al sistema- porto di cui sopra e si è ritenuto di usare come strumento per la concorrenza, non le politiche commerciali e tariffarie, l’innovazione tecnologica, la qualità dei servizi, ma l’eliminazione dei competitors attraverso la strada della denuncia penale.
Tutto questo è l’esatto contrario delle dinamiche che dovrebbero regnare all’interno di una “comunità portuale” ed ha indubbiamente provocato ricadute serie sulle dinamiche della vita in porto, dal commissariamento, al freno per alcune imprese, all’instabilità in seno all’Ente.
Come detto, la Corte di Cassazione ha spazzato via questo velo di inaffidabilità che era calato sull’intero sistema portuale e proprio per questo mi sarei aspettato che, oltre, ovviamente, ai singoli interessati, ad esprimere soddisfazione per questo felice esito fossero stati, attraverso un semplice comunicato, anche la stessa AdSP, le organizzazioni datoriali, le organizzazioni sindacali, insomma la… “comunità portuale”, al grido di “Il nostro sarà anche un porto conflittuale, ma è un porto sano!”.
Il mio auspicio è che almeno questa lezione sia servita e il porto si getti alle spalle questa brutta pagina che non gli ha fatto onore e torni a correre sui binari della correttezza commerciale ed istituzionale.