Interviste

Colloquio con Sara Armella

Addio globalizzazione, la produzione è di casa

di Marco Casale

Di nearshoring e di reshoring si è andato parlando sempre di più negli anni dopo la paralisi degli scambi commerciali durante il periodo del Covid.

Il quadro geopolitico, in realtà giù mutato prima dell’avvento della crisi pandemica, a causa del confronto sempre più acceso in materia commerciale tra Stati Uniti e Cina, ha spinto un numero crescente di aziende a valutare la possibilità di ricollocare in modo anche parziale la produzione presso il proprio paese di origine o presso paesi vicini, considerati amici.

Ma si tratta di un fenomeno passeggero o di qualcosa che andrà a ridefinire in modo marcato il mercato e il commercio marittimo? E’ la domanda cui ha provato a rispondere in questa intervista l’avvocato Sara Armella, direttore scientifico di ARcom Formazione e tra i maggiori esperti europei in materia doganale in Italia.

Al Forum del commercio internazionale andato in scena pochi giorni fa a Milano e organizzato da ARcom Formazione, l’avvocato genovese aveva avuto modo di far osservare come le fondamenta del commercio mondiale fossero cambiate già a partire dalla crisi finanziaria del 2008, anno a partire dal quale si assiste ad un progressivo arretramento della globalizzazione: «Il graduale ritorno al protezionismo commerciale ha di fatto subito una brusca accelerazione con l’avvento della pandemia, dal momento che le misure protezionistiche in vigore nel mondo sono salite a circa 3.000 tra dazi, sanzioni e quote di esportazione, con un incremento del 714% dal 2008 al 2022» dichiara Armella.

«Con la crisi pandemica abbiamo avuta la chiara evidenza di come la dipendenza strategica dai Paesi del Far East abbia progressivamente esposto le nostre filiere produttive a un eccesso di rischi” aggiunge, sottolineando che “le multinazionali hanno cominciato a guardarsi attorno e a scegliere fornitori più vicini alla loro dimensione territoriale e molti governi hanno nel frattempo provato a incentivare una ricostruzione delle catene produttive che guardasse a Paesi più amici».

Il direttore scientifico di ARcom Formazione cita a titolo di esempio gli Stati Uniti che, con l’Inflation Reduction Act (IRA), hanno avviato e incentivato un processo di rilocalizzazione delle attività produttive non solo negli USA ma anche in Messico e, soprattutto, nel Canada, con il quale l’amministrazione di Washington ha all’attivo dal 2020 lo United States Mexico Canada Agreement (USMCA).

Lo stesso sta facendo l’Europa: «Attraverso il Chips Act Bruxelles prevede di raddoppiare entro il 2030 la quota di produzione europea dei semiconduttori, dal 10 al 20%, e con l’applicazione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), l’UE ha deciso di colpire con una specifica tassazione quei Paesi che non rispettano standard green».

Studi recenti (di Confindustria) hanno peraltro dimostrato che il nearshoring e il reshorinig non sono una moda passeggera: «Le imprese si sono rese conto che la rilocalizzazione delle filiere produttive rappresenta una scelta strategica: in un contesto di profonda revisione delle relazioni commerciali, diventa fondamentale da una parte favorire strategie di approvigionamento diversificate, dall’altra ridurre il peso dei tanti dazi che l’Europa ha deciso di imporre ai prodotti cinesi».

Al Forum organizzato a Milano, Arcom Formazione aveva sottolineato come a livello unionale ci siano 350 differenti obblighi normativi da rispettare in fase di import e di export: si tratta di un fattore di notevole complessità per tutti gli operatori che operano nel commercio internazionale. «La decisione di puntare ad un riposizionamento delle catene produttive risponde quindi alla necessità di sottrarsi a tutte le misure protezionistiche innalzate a difesa dei commerci nazionali ed europei».

Sara Armella ne è certa: «Questi processi favoriranno una parziale ridefinizione delle rotte commerciali, privilegiando quei paesi che più di altri sono oggi al centro della rilocalizzazione delle produzioni, come la Turchia, la Serbia e la Croazia. Anche il Nord Africa andrà ad acquisire un ruolo sempre più strategico nel prossimo futuro, come dimostra peraltro il progetto industriale a lungo termine messo a punto dall’Italia con il suo Piano Mattei».

Questo non significa che andranno a diminuire o addirittura sparire i traffici commerciali da e per il Far East: «Sebbene molti studi asseriscano come la Cina non possa essere sostituita sic et simpliciter con qualsiasi altro Paese presente sulla mappa, nazioni come il Vietnam e la Corea del Sud hanno di fatto cominciato a scalfire il ruolo egemonico di Pechino, dimostrando di avere un sistema logistico capace e un tessuto produttivo efficiente».

Per Sara Armella il reshoring e il backshoring rappresentano in sostanza uno dei driver del futuro. «La riconfigurazione della catena del valore può diventare una leva di vantaggio competitivo e crescita aziendale in un mercato nel quale è definitivamente tramontato il sistema multitalerale fondato sui principi liberisti dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto)» conclude.

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