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Hormuz sotto assedio

Il blocco navale di Trump accende la miccia globale

di Redazione

Un passo in avanti e due indietro. Procede a singhiozzi la trattativa di pace tra Iran e USA. Che rischia di arenarsi a distanza di nemmeno tre giorni dall’annuncio del cessate il fuoco.

Il fallimento dell’accordo durante la sessione di negoziati in Pakistan, a cui ha partecipato il vicepresidente JD Vance, ha spinto Donald Trump a dichiarare l’avvio del blocco navale nello Stretto di Hormuz.

Nella sostanza, la Marina degli Stati Uniti bloccherà tutte le navi che cercheranno di entrare e uscire dalla via d’acqua. Lo ha affermato lo stesso Tycoon in un post sui social, nel quale ha inoltre minacciato il sequestro di tutte le imbarcazioni i cui armatori abbiano pagato il pedaggio all’Iran per un passaggio sicuro.

“Chiunque paghi un pedaggio illegale non avrà un passaggio sicuro in alto mare” ha affermato Trump. “Inizieremo anche a distruggere le mine che gli iraniani hanno piazzato negli stretti” ha aggiunto, sottolineando che “qualsiasi iraniano che sparerà contro di noi, o contro navi pacifiche, sarà spedito all’Inferno”.

L’annuncio del presidente americano riguardo al blocco navale dello Stretto di Hormuz, previsto per le 10:00 (ora EST) di lunedì 13 aprile 2026, ha già iniziato a trasformare radicalmente il panorama della navigazione nella regione.

Già nelle immediate ore successive alle dichiarazioni rese dal primo inquilino della Casa Bianca, il traffico nello stretto era arrivato ad una situazione di stallo. Molte imbarcazioni che erano in procinto di uscire hanno invertito la rotta, altre hanno continuato il transito. Secondo il ceo di Vespucci Maritime, Lars Jensen, ben 12 imbarcazioni, tra petroliere o navi porta rinfuse, sono entrate o uscite dallo Stretto nelle ultime 24 ore. Il Lloyd’s List sottolinea ad esempio come la Aurora, una nave cisterna per prodotti a medio raggio sottoposta a sanzioni e indicata da Washington per il suo ruolo nel commercio iraniano, si trovi attualmente nel mezzo del transito di Hormuz seguendo la rotta prestabilita via Isola di Larak annunciata dall’Iran la scorsa settimana.

Sebbene il CENTCOM (Comando Centrale USA) abbia precisato che la misura interdittiva riguarderà soltanto le navi di tutte le nazioni che entrino o partano dai porti e dalle aree costiere iraniane, inclusi tutti i porti iraniani nel Golfo Arabico e nel Golfo di Oman, l’effetto psicologico del “blocco immediato” di Trump ha spinto molte navi a invertire la rotta o a fermarsi all’imbocco dello stretto per evitare il rischio di sequestro. Ne è derivata una forte confusione tra gli armatori su quali siano le reali “regole d’ingaggio” della Marina USA.

Un altro elemento degno di nota è che il blocco porterebbe la Marina statunitense a intercettare navi provenienti anche dalla Cina o dall’India, creando una nuova escalation geopolitica del conflitto.

Diverse imbarcazioni infatti attualmente in transito hanno proprietà e equipaggi cinesi (cinque petroliere di proprietà di Cosco si troverebbero al momento ferme nelle acque centrali del Golfo Persico). Se la Marina USA dovesse passare dalle minacce ai fatti, intercettando o sequestrando queste navi, si creerebbe un precedente di scontro fisico diretto tra le due superpotenze. La Cina importa circa il 15% del suo petrolio dall’Iran. Un blocco che impedisse l’accesso ai porti iraniani potrebbe essere visto da Pechino come un atto di aggressione economica e una violazione della sovranità commerciale.

Anche l’India è storicamente uno dei maggiori acquirenti di greggio iraniano. Il blocco costringerebbe Nuova Delhi a una scelta impossibile. Il legame con gli Stati Uniti è cruciale: l’America assorbe infatti un quinto dell’export indiano. Allinearsi alla volontà politica di Trump dovrebbe essere per il primo ministro Narendra Modi una strada obbligata, se non fosse per il fatto che le forniture strategiche a basso costo provenienti dall’Iran sono essenziali per la crescita interna del Paese.

Insomma, non esiste la decisione perfetta. Quel che è certo è che il blocco potrebbe spostare il conflitto da una dimensione regionale ad una globale, con delle conseguenze che oggi sono difficili da prevedere.

L’obiettivo dichiarato dagli USA è soffocare l’economia iraniana impedendo le esportazioni di petrolio e colpendo il sistema di “pedaggi” (fino a 2 milioni di dollari a nave) che Teheran starebbe imponendo per il passaggio. Resta da capire quali saranno per lo shipping gli effetti collaterali dell’ennesimo braccio di ferro tra le due potenze.

Il blocco non è soltanto un atto militare, ma una manovra di soffocamento economico che costringerà gli armatori mondiali a scegliere tra il rischio di sequestro americano e le ritorsioni iraniane, con il risultato di un drastico calo dei volumi commerciali in uno degli snodi più vitali del pianeta.

La situazione di impasse sta intanto alimentando la volatilità del prezzo del petrolio, con i contratti di maggio per il WTI che sono aumentati all’inizio di lunedì da 97 a 104 dollari al barile. Sebbene inferiore ai picchi di 113 dollari di inizio aprile, il prezzo resta estremamente elevato rispetto ai 67 dollari pre-conflitto.

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