La scorsa settimana gli USA e il Regno Unito hanno annunciato il lancio di una nuova partnership atlantica per l’energia nucleare civile, che ha come obiettivo principale quello di dimezzare i tempi per l’approvazione dei progetti di costruzione delle nuove centrali nucleari nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Con questa intesa i due Paesi si impegnano ad esplorare nuove opportunità per l’applicazione del nucleare in ambito marittimo, anche attraverso l’elaborazione di standard internazionali condivisi e la potenziale creazione di un corridoio blu tra le due nazioni.
Incluse nel patto atlantico anche la possibilità di realizzare delle centrali nucleari galleggianti in grado di fornire elettricità pulita ai clienti dei mercati costieri, e quella di studiare lo sviluppo di navi cargo a propulsione nucleare in grado di trasportare più merci e di fornire una soluzione a emissioni zero per alimentare il trasporto marittimo globale.
“Con il nuovo patto atlantico il nucleare torna ad essere un tema centrale per l’agenda marittima” scrive su Lloyd’s List Richard Meade, che sottolinea come a livello internazionale stia emergendo la necessità di sviluppare nuovi reattori per rispondere alla crescente domanda di energia e alle sfide della decarbonizzazione.
Barclays prevede che tra il 2030 e il 2050 la capacità nucleare netta al di fuori di Cina e Russia aumenterà probabilmente di oltre la metà, raggiungendo oltre 450 GW, con i reattori a basso tenore di carbonio che rappresenteranno il 40%-60% del totale. E lo scorso novembre, durante la Cop29, sei nuovi Paesi ( El Salvador, Kazakistan, Kenya, Kosovo, Nigeria e Turchia) hanno firmato un impegno storico per triplicare la capacità di produzione atomica globale entro il 2050.
Si inseriscono in questo contesto le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia sugli investimenti nei reattori a basso tenore di carbonio, che di qui a dieci anni aumenteranno secondo le previsioni dagli attuali 5 miliardi di dollari a oltre 25 miliardi di dollari, con un investimento cumulativo di 670 miliardi di dollari entro il 2050.
“Di fatto, oggi c’è un numero crescente di aziende interessate all’industria navale che sta valutando attivamente l’uso dell’energia nucleare come parte più ampia del loro percorso verso il Net-Zero” afferma Mikal Bøe, Ceo di CORE POWER, società britannica all’avanguardia nel settore nucleare. Il caso più recente è il progetto di realizzazione di un microtunnel nucleare nel porto di London Gateway, guidato da Last Energy in collaborazione con DP World; iniziativa da 92 mln di euro senza ricorso a sussidi pubblici che si intreccia con l’espansione da un miliardo di sterline in corso a London Gateway, avviata da DP World nel maggio del 2025.
“L’accordo tra USA e UK ha il merito di riconoscere i benefici economici del nucleare marittimo civile, definendo il contesto normativo per una rapida implementazione della tecnologia e coinvolgendo il settore cantieristico nella progettazione di navi a propulsione nucleare” è l’opinione di Bøe, per il quale la nuova generazione di reattori a bassa o nulla pressione rappresenta il futuro della propulsione marittima commerciale.
A detta del manager aziendale le navi nucleari riscuotono sempre più interesse, perché non hanno bisogno di essere rifornite di carburante e perché, in linea di massima, potrebbero operare senza interruzioni per tutto il ciclo della loro vita.
Ma non è tutto oro quel che luccica. Ostacoli non irrilevanti si frappongono infatti tra le ambizioni dei lobbisti del settore e la piena diffusione della propulsione nucleare in ambito navale.
“Non possiamo non osservare come le navi nucleari richiedano un importante costo iniziale per l’installazione del reattore” afferma Jarek Klimczak, consulente della società GCUO-Risk Consulting. “I costi operativi relativi all’utilizzo, alla manutenzione di queste unità mercantili sono oggi ancora troppo alti perché possano fornire all’armatore un qualche tipo di redditività” aggiunge l’esperto analista, citando il caso della NS Savannah, la prima unità mercantile a propulsione nucleare ad essere entrata in servizio e dismessa appena otto anni dopo, nel 1970, perché troppo costosa da utilizzare.
Numerose poi sono le questioni aperte su come dovrebbe essere regolamentato l’uso di queste unità navali.
Klimczak spiega come il Capitolo VIII della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS) e il Codice di sicurezza per le navi nucleari (res. A.491.XII) stabiliscano i criteri per la progettazione, il funzionamento, la sicurezza e lo smantellamento delle navi nucleari. Tali regolamenti, che sono stati recentemente integrati nella legislazione del Regno Unito, avrebbero dovuto integrare e aggiornare anche la Convenzione di Bruxelles del 1962, che però non è mai entrata in vigore.
La conseguenza è che l’attuale regolamentazione internazionale costituisce ad oggi soltanto una soft law non vincolante; senza una reale armonizzazione normativa a livello internazionale, c’è insomma il rischio che le navi nucleari siano costrette a rispettare qualsiasi legge o regolamento nazionale vincolante.
Atro nodo da sciogliere, quello della formazione. “Con lo sviluppo della propulsione nucleare, serviranno competenze altamente specializzate” è l’opinione del consulente della società GCUO-Risk Consulting, che sottolinea la necessità di sviluppare programmi di formazione avanzati in grado di adattarsi al tipo specifico di tecnologia di reattore utilizzata a bordo delle navi. “Ciò implica una conoscenza approfondita delle caratteristiche operative del reattore, dei protocolli di sicurezza e delle procedure di risposta alle emergenze” afferma.
In conclusione, il nucleare rappresenta il futuro in ambito marittimo, ma per costruire questo futuro e superare le criticità ci vorrà del tempo. “Nonostante le nuove innovazioni, l’aspetto economico rimane problematico e i risultati vaghi in termini di tempistiche” sintetizza Richard Meade, per il quale l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Regno Unito ha sicuramente dato una nuova linfa alle discussioni sullo sviluppo di queste tecnologie. I nodi da sciogliere, però, sono molti, e non solo a livello navale.
Per Mikal Bøe il settore privato è pronto a fornire tecnologia, finanziamenti e soluzioni, mentre il settore pubblico deve definire le condizioni per l’autorizzazione e le licenze. “La vera questione – afferma – è quanto velocemente riusciremo a portare tutto questo sul mercato. Credo che potremmo effettivamente vedere i primi impianti nucleari entrare in funzione prima del 2030” afferma il ceo di Core Power.
Un’ipotesi altamente ottimistica, la sua, che tuttavia non fa i conti con una realtà ben più articolata, una realtà che vede numerosi progetti afflitti da ritardi cronici e da un aumento vertiginoso dei costi.
Secondo il World Nuclear Industry Status Report, la mancanza di investimenti nel settore, il progressivo invecchiamento dei reattori in funzione, e la concorrenza agguerrita da parte delle rinnovabili, rischiano oggi di rallentare la capacità di produzione globale di energia nucleare, che nel 2024 ha raggiunto il suo massimo storico, attestandosi a 2677 terawattora.
L’analisi smorza qualsiasi facile entusiasmo, evidenziando la possibilità che la quota del nucleare nella produzione globale di energia si riduca costantemente nei prossimi dieci anni. Secondo lo studio, sarà insomma assai difficile riuscire a mantenere di qui al 2030 i livelli di capacità produttiva osservati nel 2024, a meno che l’accordo tra il presidente americano Donald Trump e quello britannico, Keir Starmer, non riesca veramente a dare un nuovo impulso al settore.