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Pubblicato l'ultimo rapporto dell'UNCTAD

La geopolitica frena l’IA: rallenta il commercio globale

di Redazione

Un inizio d’anno illusorio, trainato dal boom dei prodotti dell’Intelligenza Artificiale, che rischia ora di infrangersi contro il muro della geopolitica.

L’economia globale, che aveva aperto il 2026 con una solidità superiore alle aspettative, spinta dalla ripresa della manifattura nei Paesi in via di sviluppo e dagli imponenti investimenti nell’intelligenza artificiale, ha dovuto affrontare a fine febbraio una crisi profonda che ora minaccia di congelare gli scambi internazionali per il resto dell’anno.

A lanciare l’allarme è l’ultimo rapporto dell’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo). L’organizzazione certifica come lo slancio iniziale stia già affrontando pesanti venti contrari. L’impennata delle tensioni in Medio Orienta ha impresso una brusca battuta d’arresto al commercio mondiale di merci, le cui aspettative di crescita per il 2026 si attestano attorno un range compreso tra l’1,5 e il 2,5%. Nella migliori delle ipotesi, stiamo parlando di 2,2 punti percentuali in meno rispetto al +4,7% del 2025.

I dati macroeconomici di gennaio e febbraio avevano inizialmente fotografato un sistema in ottima salute: le esportazioni cinesi erano cresciute di oltre il 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il trasporto aereo globale di merci era aumentato del 7,2% a gennaio e dell’11,6% a febbraio. Il carico marittimo era cresciuto del 5,3%.

Gran parte della crescita si era concentrata nei prodotti legati all’IA, come server, semiconduttori e apparecchiature informatiche ad alte prestazioni. Queste categorie hanno registrato una crescita particolarmente rapida in tutta l’Asia orientale, nell’America settentrionale e in parti d’Europa.

Negli Stati Uniti, ad esempio, le macchine per l’elaborazione automatica dei dati hanno rappresentato circa i tre quarti della crescita nominale delle importazioni nel 2025. In Cina, la crescita di queste importazioni ha quasi compensato il calo registrato in altre categorie di prodotti importati.

La vera svolta negativa è arrivata con l’escalation militare legata alla guerra in Iran. Come riportato da Carly Fields sul Baltic Exchange le interruzioni nello Stretto di Hormuz hanno provocato uno shock negativo significativo sul commercio e sul trasporto marittimo in particolare.

Se è vero che i Paesi esportatori di energia hanno registrato profitti record nel breve termine, l’effetto sui consumatori globali è stato devastante, a causa dell’aumento dei prezzi di carburante che rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche, deprimendo ulteriormente le importazioni e danneggiando i partner commerciali a livello globale.

Molte economie in via di sviluppo sono particolarmente vulnerabili poiché dipendono fortemente dalle importazioni di carburanti, prodotti alimentari e fertilizzanti. L’aumento dei prezzi dell’energia e le interruzioni legate allo Stretto di Hormuz hanno gonfiato i costi delle importazioni, aumentando la pressione sull’inflazione e sulle bilance dei pagamenti con l’estero.

Alcuni Paesi in via di sviluppo hanno introdotto misure per gestire l’impennata dei costi del carburante, razionare le forniture o imporre tetti ai prezzi. Tra questi figurano Bangladesh, Brasile, Egitto, Etiopia, India, Indonesia, Messico, Pakistan, Filippine, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam. Il risultato è stato che le valute dei Paesi in via di sviluppo si sono indebolite rispetto al dollaro e che le azioni dei mercati emergenti sono crollate di oltre il 12% tra il 28 febbraio e il 29 marzo.

“In questo scenario di crisi, l’architettura del commercio globale sta cambiando pelle, scivolando verso una marcata frammentazione istituzionale che scavalca le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio” avverte Fields. “I governi si muovono sempre più attraverso accordi bilaterali e regionali focalizzati sulla sicurezza strategica e sulla transizione ecologica” aggiunge, sottolineando come  l’ambito della cooperazione in materia di politica commerciale si stia espandendo oltre la semplice riduzione delle tariffe per concentrarsi sulla resilienza della catena di approvvigionamento, sulla messa in sicurezza dei minerali critici, sui quadri di riferimento per il commercio digitale e sugli standard ambientali.

“Storicamente, i patti commerciali regionali erano visti come elementi complementari progettati per rafforzare l’architettura centrale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ora, le aziende e i governi si trovano ad affrontare un panorama commerciale sempre più frammentato e imprevedibile” è il suo commento finale.

Insomma, quello che era iniziato come un anno di solida ripresa si sta trasformando in un percorso a ostacoli.

Come affermato dall’UNCTAD i conflitti armati hanno raggiunto un picco storico, passando dai 17 del 1946 ai 61 del 2024. Il rapporto evidenzia una forte transizione nei fattori di rischio globali. Se nel 2025 l’incertezza si concentrava principalmente sulla politica commerciale, all’inizio del 2026 le tensioni geopolitiche sono diventate la preoccupazione principale, soprattutto a causa del conflitto armato in Medio Oriente che ha alimentato i timori sui flussi energetici e sul trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz

Le catene di approvvigionamento globali e le economie più esposte all’export si preparano ad affrontare mesi di forte volatilità, in cui la stabilità geopolitica conterà molto più dei chip di ultima generazione.

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