L’Iran ha ufficialmente formalizzato il controllo sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz con l’istituzione della Persian Gulf Strait Authority (PGSA). La nuova agenzia governativa, nata nel pieno delle tensioni regionali, avrà il compito di vagliare ogni transito e riscuotere pedaggi dalle imbarcazioni commerciali in navigazione in quello che è considerato uno dei principali “colli di bottiglia” dell’energia mondiale.
Secondo quanto riportato da Lloyd’s List, la PGSA ha già introdotto un protocollo che obbliga gli armatori a ottenere una preventiva autorizzazione al transito. I moduli di domanda richiedono la comunicazione di dati sensibili, tra cui i registri di proprietà della nave, i dettagli della copertura assicurativa, le generalità dell’equipaggio e la rotta prevista.
La mossa di Teheran segna un tentativo di istituzionalizzare la propria sovranità sul braccio di mare, posizionando la PGSA come l’unico ente legittimato a concedere il via libera alla navigazione.
Per i colossi dello shipping, la nuova normativa iraniana si traduce in un immediato aggravio dei costi operativi e in una paralisi burocratica che minaccia un’arteria vitale, responsabile del transito di un quinto del greggio mondiale. Ma l’ostacolo più critico è di natura geopolitica: secondo quanto riportato dalla testata specializzata Splash247, Washington ha già blindato la propria posizione, minacciando sanzioni pecuniarie e l’estromissione dai mercati per chiunque versi pedaggi nelle casse di Teheran.
Le compagnie marittime si trovano oggi di fronte a un dilemma: assecondare le richieste della nuova autorità iraniana per garantire la fluidità dei transiti significa, di fatto, innescare la rappresaglia economica degli Stati Uniti. Non si tratta di un’ipotesi remota: la capacità di monitoraggio dell’intelligence elettronica americana sui flussi finanziari internazionali rende quasi impossibile occultare eventuali pagamenti, esponendo i carrier a rischi senza precedenti in un’area già profondamente instabile.
Secondo diversi analisti, il rischio strategico nello Stretto di Hormuz si estende ormai ben oltre i singoli attacchi alle navi ma colpisce il cuore della logistica globale. Il ceo di Vespucci Maritime, Lars Jensen, sottolinea come Teheran abbia di fatto esteso la propria “zona di controllo” fino a lambire snodi vitali degli Emirati Arabi Uniti come Fujairah, Khor Fakkan e Ras Al-Khaiman. Le ricadute per il commercio tra il Golfo e i mercati internazionali potrebbero essere gravi.

“Questi scali non rappresentano semplici varchi d’accesso per gli Emirati Arabi Uniti, ma costituiscono la vera colonna vertebrale dei trasbordi per l’intero Golfo Persico” afferma Akhil Nair, esperto di logistica e trasporti, che aggiunge: “Se questi hub cadessero sotto la zona di controllo rivendicata dall’Iran, il danno non sarebbe limitato a poche navi ferme all’ancora ma a tremare sarebbe l’intera rete dei collegamenti feeder che alimenta la costa orientale dell’Arabia Saudita, il Bahrain, il Qatar e l’Iraq”.
La verità di fondo è che dopo 900 giorni di crisi nel Mar Rosso e oltre due mesi di instabilità a Hormuz, lo scenario è radicalmente mutato. La resilienza del commercio mondiale sta imboccando una nuova strada: l’abbandono della totale dipendenza dalle rotte marittime a favore di modelli logistici ibridi. Per sopravvivere all’instabilità dei colli di bottiglia marittimi, le grandi potenze commerciali stanno accelerando l’integrazione tra porti, corridoi terrestri e infrastrutture di instradamento diversificate, cercando alternative concrete ai mari sotto assedio.
Lo ha fatto MSC con il nuovo servizio landbridge tra l’Europa e il Middle East, lo ha fatto CMA CGM con il suo accordo con Ad Ports per trasformare il porto di Khalifa in un hub intermodale. L’obiettivo più ampio è creare un sistema più flessibile in cui le merci possano essere instradate attraverso molteplici varchi portuali e interporti, riducendo i rischi di congestione e migliorando l’efficienza complessiva. Ma sono in molti a chiedersi se tali strategie possano realmente portare ad una nuova normalizzazione delle dinamiche di trasporto.
L’annuncio della PGSA arriva peraltro proprio mentre filtrano indiscrezioni su una possibile intesa imminente tra Stati Uniti e Iran per porre fine alle ostilità. Secondo diverse fonti diplomatiche citate da Axios, le parti sarebbero vicine a un accordo quadro che prevedrebbe la rimozione reciproca delle restrizioni alla navigazione nello Stretto, ristabilendo la libera circolazione delle merci in cambio di concessioni sulle sanzioni e sul programma nucleare.
Insomma, l’incertezza regna sovrana, soprattutto se si considera che sono ancora 150 le petroliere e le product tanker intrappolate nell’Area. Con ripercussioni dirette anche sugli equipaggi, il cui morale è oggi colato a picco.
A certificarlo è l’ultimo sondaggio trimestrale sulla felicità condotto dall’organizzazione no profit The Mission To Seafarers. Il report, referito al primo trimestre, misura la felicità dei lavoratori del mare prendendo in considerazione parametri come il salario, la salute, la qualità del cibo, il congedo a terra, i carichi di lavoro e l’interazione sociale.
L’analisi mostra un netto divario tra i dati raccolti prima e dopo l’inizio dell’Operazione Epic Fury nel Golfo Persico e la conseguente cessazione totale dei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz.
Osservando i dati di gennaio-marzo, l’indice di felicità globale dei marittimi era positivo e segnava, prima dell’inizio del conflitto, un trend in crescita a 7,35. Entro cinque settimane dall’inizio delle ostilità, questa cifra è scesa a 7,01 su 10, un calo di 0,34 punti, ovvero del 4,6%.
Gli equipaggi rimasti bloccati hanno segnalato carenze critiche di beni di prima necessità, con alcuni costretti a bollire l’acqua di mare per bere e a razionare il cibo a un solo pasto giornaliero. Persino i marittimi che operano al di fuori dell’area di guerra immediata hanno riferito livelli elevati di stress e paura, descrivendo il pervasivo senso di incertezza.
“I dati del primo trimestre raccontano due storie molto diverse. I primi segnali erano incoraggianti, il benessere stava migliorando e c’erano ragioni per un cauto ottimismo. Ma lo scoppio del conflitto nel Golfo ha cambiato tutto, e la velocità di questo deterioramento dovrebbe allarmarci tutti” ha dichiarato il direttore della Mission to Seafarers, Ben Baley.