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Analisi di Sea Intelligence

Mar Rosso e Hormuz, due crisi a confronto

di Redazione

Le crisi geopolitiche non pesano tutte allo stesso modo sulle rotte commerciali e sui chokepoint, i corridoi di transito del traffico marittimo.  Se la crisi del Mar Rosso ha rallentato i tempi di navigazione a livello globale, il blocco dello Stretto di Hormuz ha invece innescato un effetto domino molto più imprevedibile e localizzato, trasformando un problema marittimo in un incubo logistico a terra.

Nel suo ultimo report, Sea Intelligence evidenzia come a marzo l’affidabilità dei grandi vettori (in termini di puntualità degli arrivi nave) sia migliorata del 3,9% rispetto ai livelli pre-pandemici.

Si tratta però un miglioramento soltanto apparente, causato essenzialmente dalla fuga di massa dei grandi vettori, che hanno deciso di abbandonare totalmente i porti del Medio Oriente. Cosa che non era capitata con la crisi del Mar Rosso, che ha invece avuto come conseguenza immediata quella di un allungamento dei tempi di navigazione a causa del dirottamento delle navi verso il Capo di Buona Speranza.

Sebbene più localizzata, la crisi di Hormuz ha però generato una grave crisi logistica a terra. I vettori sono infatti stati costretti a scaricare bruscamente il carico diretto in Medio Oriente presso i più vicini hub vitali al di fuori del blocco, come la costa occidentale dell’India e Colombo nello Sri Lanka.

L’enorme volume di merce accumulato presso questi hub ha rapidamente saturato lo spazio fisico dei terminal, causando crisi di affidabilità degli orari su rotte commerciali non correlate che utilizzavano gli stessi hub di trasbordo nelle loro rotte di servizio.

In sintesi, la lezione di Sea-Intelligence è chiara: un blocco marittimo locale può sembrare gestibile sulla carta, ma nella realtà ha creato colli di bottiglia che ora stanno colpendo anche rotte commerciali del tutto estranee alla crisi originale.

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