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La geopolitica dei transponder

“Per favore, non colpite me”: quando il transponder diventa un urlo di aiuto

di Redazione

Secondo un’analisi di Vortexa, le petroliere in transito nel Mar Rosso utilizzano i messaggi radio del sistema AIS come scudo difensivo contro gli Houthi.

La pratica si è intensificata dopo il 20 luglio scorso, a seguito del blocco navale totale annunciato ufficialmente dal gruppo yemenita. Nei tredici giorni successivi, ben 141 delle 175 petroliere transitate dallo stretto di Bab el Mandeb (l’81% del totale) hanno modificato il campo di destinazione del transponder per inserire testi liberi.

Se l’uso creativo di questo campo non è una novità per gli equipaggi, a colpire è il contenuto dei messaggi. Al netto dei porti reali, 55 navi hanno trasmesso segnalazioni esplicite per evitare attacchi: la presenza di guardie armate a bordo, la nazionalità dell’equipaggio, la bandiera o precisazioni sul carico (specificando soprattutto cosa non trasportano).
Queste comunicazioni non sono dirette alle autorità portuali, ma sono veri e propri messaggi d’avvertimento rivolti a chi monitora il traffico marittimo dalla costa dello Yemen.

Vortexa sottolinea che non si tratta di una strategia nuova. All’inizio dell’anno, durante le tensioni nello Stretto di Hormuz, lo stesso campo AIS veniva usato con la medesima logica geopolitica. Gli equipaggi inserivano messaggi come “PROPRIETÀ CINESE” o “EQUIPAGGIO RUSSO”, scommettendo sul fatto che nessuno avrebbe rischiato un incidente diplomatico con Pechino o Mosca.

A Bab el-Mandeb si sta replicando lo stesso schema, ma adattandolo a una minaccia diversa. Qui i segnali non sono generici: tracciano una linea netta che indica chiaramente chi è nel mirino degli Houthi e chi, invece, spera di essere risparmiato.

Dall’analisi emergono tre strategie comunicative ben distinte utilizzate dagli equipaggi.

La deterrenza (29 transiti) è il messaggio più forte ma meno specifico. Segnalando la presenza di team di sicurezza armati a bordo, le navi non dicono nulla sulla propria identità, ma chiariscono il prezzo di un eventuale abbordaggio. Si tratta di un avviso mirato a prevenire dirottamenti e sequestri, piuttosto che attacchi a distanza. Un bluff economico e accessibile: il messaggio può essere trasmesso a prescindere dal fatto che i soldati siano davvero a bordo.

L’affiliazione geopolitica (21 transiti) è la categoria più rivelatrice. Gli equipaggi indicano spontaneamente bandiera, armatore o nazionalità, puntando in modo schiacciante sulla Cina (“EQUIPAGGIO E ARMATORE CINESI”, “TUTTO L’EQUIPAGGIO È CINESE”) e, in misura minore, sulla Russia (“EQUIPAGGIO RUSSO A BORDO”). La logica ricalca quanto già visto a Hormuz: poiché Teheran prima e gli Houthi poi tendono a risparmiare i mercantili legati a Pechino e Mosca, le navi dichiarano questo legame sperando nell’immunità.

Le smentite sul carico (8 transiti) sono i messaggi più rari ma anche i più espliciti. In questo caso il campo AIS viene usato per dichiarare cosa la nave non trasporta o chi non rappresenta, con formule come “NESSUN CARICO SAUDITA” o, ancora più nettamente, “NESSUN LEGAME ISR/US/UK”. Sono comunicazioni che scoprono totalmente le carte, nominando proprio i bersagli da cui cercano disperatamente di smarcarsi.

Nel loro insieme, i campi di destinazione a Bab el-Mandeb sono diventati un canale di comunicazione rudimentale per trasmettere un unico, disperato messaggio: per favore, non colpite me”, affermano gli analisti di Vortexa.
Le parole specifiche scelte dagli equipaggi sono una confessione aperta di ciò che percepiscono come un rischio. La menzione di guardie armate rivela il timore di un abbordaggio. Quella di un armatore cinese, la paura di un attacco missilistico. La dicitura “nessun carico saudita” rispecchia il timore che l’obiettivo sia il flusso commerciale in sé.

Proprio perché tracciano la paura in tempo reale, questi messaggi offrono una mappa autentica della percezione del rischio dopo il blocco del 20 luglio. Una mappa disegnata non dalle teorie degli analisti, ma dalle dita dei comandanti sulla tastiera.

Questa mappa dimostra che il mercato considera i carichi sauditi come il bersaglio principale e i legami con Pechino o Mosca come uno scudo da rivendicare a ogni costo, anche se non vi è alcuna certezza che funzioni. Una dinamica ormai evidente transito dopo transito, in uno spazio digitale nato solo per indicare il nome di un porto.

Per chi monitora questo snodo strategico, la lezione è chiara: oggi il campo della destinazione AIS descrive uno stato d’animo, non un dato di fatto. Starà poi al tracciamento reale dei carichi stabilire chi sta dicendo la verità, chi sta solo comprando un’assicurazione a buon mercato e chi, invece, ha spento i radar proprio nel momento in cui avrebbe avuto più cose da nascondere.

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