Interventi

Replica al Centro studi Demetra

Perché il matrimonio tra porti e aeroporti non s’ha da fare

di Stefano Corsini

Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale

Tra un mese compirà il suo secondo anno di vita la Riforma Delrio, che ha ridotto le precedenti 24 Autorità Portuali nelle attuali 15 Autorità di Sistema, assegnando a queste ultime nuovi compiti e nuove responsabilità di pianificazione e intervento a scala regionale. Soprattutto ha riconsegnato al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il ruolo di attore protagonista nella definizione di una politica portuale nazionale che in precedenza veniva gestita con logiche troppo campanilistiche.

La strada imboccata – è bene ribadirlo – non è quella individuata dalla maggior parte dei porti europei: se prestiamo fede all’ultimo report pubblicato da Espo, sappiamo infatti che oggi il 78% delle Autorità Portuali del Vecchio Continente sono enti di diritto economico con forme variegate di più o meno accentuata autonomia.

Si sarebbe potuto fare di più e meglio? Tutto è certamente migliorabile. Lo diciamo anche a chi continua a riproporre la trasformazione delle AdSP in Spa così come a quanti hanno recentemente prefigurato l’integrazione infrastrutturale tra porti e aeroporti, una visione che sul TheMediTelegraph Davide Santini ha definito «velleitaria e apodittica».

La trasformazione delle AdSP in società per azioni sulla base di un modello cosiddetto “aeroportuale” non sembra infatti percorribile. Una simile ipotesi presupporrebbe infatti il trasferimento del demanio marittimo-portuale a un’Autorità di Sistema Portuale Nazionale che dovrebbe, a sua volta, indire gare per la gestione del demanio stesso.

Non è poi detto che il demanio marittimo-portuale assegnato a questa nuova fantomatica Autorità corrisponderebbe per forza a quello attualmente di competenza delle AdSP. Non si può nemmeno escludere a priori la possibilità che venga individuato solo in quello “ricco”, lasciando il resto in carico allo Stato o alle Regioni e replicando così schemi che in passato hanno generato la fortuna di grandi player finanziari. In quanto concessionarie di aree demaniali, queste società non potrebbero in ogni caso godere delle libertà e flessibilità tipiche delle SpA.

Quanto all’ipotesi di una cartolarizzazione del demanio-marittimo portuale ai fini di una successiva patrimonializzazione delle AdSP, rimarrebbero da valutare le conseguenze sulla base dell’effettivo possessore delle partecipazioni azionarie.

Se queste fossero interamente in mano pubblica, lo status giuridico di SpA non esulerebbe comunque la società stessa dall’applicazione delle norme relative al settore pubblico. Se altrimenti queste quote fossero in mano a privati, si arriverebbe alla vendita del demanio-marittimo senza alcuna garanzia che venga utilizzato in chiave di sviluppo. In questo modo lo Stato rinuncerebbe a un asset fondamentale del suo patrimonio da sempre dedicato alla collettività.

Va inoltre considerato l’impatto sociale ed economico che un eventuale fallimento di queste società avrebbe sulle città e sulle comunità che vivono di porto: in tal caso lo Stato sarebbe probabilmente costretto a ricomprare il proprio bene…

Ecco perché sarebbe invece meglio pensare a una regolamentazione speciale delle attuali AdSP, rendendole libere dal punto di vista gestionale e mettendole così in condizione di competere realmente con le altre Autorità Portuali europee.

Occorre lavorare sulla relazione tra AdSP e Autorità marittima, precisando meglio gli ambiti di azione e i compiti di coordinamento delle prime che nella legge di riforma vengono solo accennati.

Bisogna poi intervenire sui Comitati di Gestione, definendo il perimetro del loro contributo alla vita dell’ente e riducendone l’intervento agli aspetti strategici (per tacere della loro composizione, su cui sono già state espresse diverse riserve).

Si eliminino le Commissioni consultive: sono residui del passato che oggi non hanno più alcuna ragione di esistere, tenuto conto della presenza dei sindacati nell’Organismo di Partenariato della Risorsa Mare.

Si rivendichi infine l’autorevolezza regolatoria delle AdSP, le cui competenze tecniche in materia nulla hanno da invidiare a quelle delle Autorità di settore che con ammirevole diligenza e altrettanto ammirevole fervore etico continuano a intervenire nel settore.

Insomma, prima di dibattere se cambiare forma alla governance delle Autorità portuali, conviene lavorare sodo per l’effettiva applicazione della Riforma Delrio (come sta già facendo ogni giorno tutto il gruppo dei nuovi presidenti). Due anni di vita sono troppo pochi per maturare un giudizio che, se affrettato, potrebbe invertire gli effetti positivi designati dalla riforma.

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