Entro il 2035 l’80% dei traghetti italiani potrebbe essere sostituito da opzioni full-electric o ibride, rendendo questa soluzione economicamente vantaggiosa per il 75% dei casi e garantendo risparmi di 1,7 miliardi di euro su 30 anni.
Lo rivela uno studio presentato ieri a Portoferraio da T&E, principale gruppo europeo indipendente per la decarbonizzazione dei trasporti.
Secondo l’analisi, la flotta di traghetti che opera in Italia ha un’età media di 33 anni (circa 7 in più rispetto alla media europea), e causa l’emissione di circa 2,4Mt annui di CO2, pari al 40% di quanto emesso da tutti i traghetti nell’intero Mar Mediterraneo. Queste imbarcazioni, in un anno, passano più di 800.000 ore in sosta o nelle prossimità dei porti, causando l’emissione di inquinanti tossici come ossidi di zolfo (SOx), di azoto (NOx) e particolato (PM 2.5).
L’analisi della fattibilità tecnica – in funzione della stazza delle navi e delle rotte servite – evidenzia che già nel 2030 sarebbe possibile sostituire l’80% dei traghetti con versioni elettriche o ibride, sebbene in un 22% dei casi questa opzione risulterebbe più onerosa per gli armatori ma è a partire dal 2035 che la maggiore efficienza energetica della navigazione elettrica potrebbe tradursi in un vantaggio dal punto di vista dei costi operativi nei tre quarti dei casi, facendo coincidere gli interessi di chi opera le rotte con la tutela del clima e dell’ambiente.
Comunque, tanto al 2030 quanto al 2035, rimarrebbe circa un 20% dei traghetti tecnicamente impossibile da elettrificare: si tratta di quelle navi di stazza molto maggiore, che servono rotte nazionali o internazionali di lunga percorrenza, come la connessione Civitavecchia-Barcellona o Ancona-Patrasso, e per le quali l’opzione dell’elettrificazione diretta risulterebbe impraticabile.