L’Europa è veramente in crisi? Mentre la visita a Washington di Zelensky e dei leader europei dà all’UE una nuova inaspettata occasione per provare a tenere il punto sui propri interessi, sono in molti a chiedersi se Bruxelles sia veramente in grado di uscire dalla marginalità cui è stata confinata nel nuovo ordine mondiale.
Dopo i risultati controproducenti raggiunti dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen sulla trattativa sui dazi con gli USA, risoltasi in un accordo palesemente sbilanciato a favore di questi ultimi, si sono di fatto moltiplicati i dubbi circa la capacità dell’Unione di riuscire a far fronte all’imprevedibilità e alla volatilità di pensiero esibite in più occasioni da Donald Trump, il presidente che gioca a fare Dio e la cui disponibilità a contraddirsi e retrocedere continuamente dalle proprie posizioni è diventata parte essenziale della sua resilienza politica.
“L’era nella quale ci troviamo a vivere è contrassegnata dall’avanzata dei nuovi imperialismi” afferma a Port News il direttore generale dell’Associazione Nazionale Compagnie e Imprese Portuali (ANCIP), Gaudenzio Parenti. “Oggi gli Stati Uniti e la Cina stanno forgiando il proprio dominio con le armi della superiorità economica, con il soft power più che con le acquisizioni territoriali, che pure continuano in minima a parte a rappresentare un banco di prova importante per entrambe le super potenze: pensiamo alle idee ventilate da Trump di annettere il Canale di Panama o la Groenlandia, pensiamo alla Cina e alle sfide territoriali nel Mar Cinese Meridionale”.
In fondo, la globalizzazione, di cui si era ipotizzata la fine già dieci anni fa, non è mai morta; lo ha sottolineato recentemente il ceo di Maersk, Vincent Clerc, riferendosi dell’enorme successo delle aziende cinesi, che stanno continuando a conquistare quote di mercato sulla scena globale.
“La politica dei dazi ha semplicemente reso più volatili i rapporti commerciali tra gli USA e la Cina, non ha però frenato le esportazioni totali di quest’ultima, che nel secondo trimestre dell’anno sono aumentate dell’11% su base annua, raggiungendo la cifra record di 856 miliardi di dollari, e compensando in questo modo il calo del 24% delle esportazioni verso gli USA” fa osservare l’esperto manager romano, per il quale “le ultime vicende ci insegnano ancora una volta che il mercato è un principio organizzativo, uno strumento di coordinamento”.
Si tratta di un concetto espresso in questi giorni sul Corriere della Sera dal direttore di Tiresia del Politecnico di Milano, Mario Calderini, che secondo Parenti dovrebbe assurgere a massima di esperienza per chiunque operi nello shipping: “i dazi non hanno limitato il mercato, lo hanno rimodellato, spingendo le imprese a trovare vie alternative a quelle tradizionali per spedire i propri prodotti verso i paesi di destinazione finale”.
Non è solo una dinamica congiunturale ma è il segno dei tempi. “A ben vedere, i processi di nearshoring promossi dalla Cina possono essere interpretati come il tentativo della globalizzazione di sopravvivere a se stessa. Delocalizzare le fabbriche cinesi in Messico, in Sud America, o in Vietnam ha rappresentato, e continua a rappresentare ancora oggi per l’impero del Dragone l’occasione per continuare a garantirsi un accesso diretto ai mercati di riferimento ed è altamente probabile che nel prossimo futuro sarà ancora Pechino ad agire da traino per un mercato globale che è andato riducendo la propria dipendenza dagli Stati Uniti, andandosi a ramificarsi in modo più ampio e diversificato su tutte le altre rotte commerciali, a cominciare ad esempio da quelle con il Sud America”.
In un sistema di governance internazionale sempre più fragile, nuove sfide si stanno imponendo all’attenzione degli Stati e delle imprese. Nel Mediterraneo, ad esempio, l’Africa sta assumendo un ruolo sempre più strategico; la Cina se ne è accorta da tempo, tanto da considerare il Continente nero la potenziale chiave di volta per globalizzare i propri interessi.
Il dg di ANCIP prende a riferimento un report pubblicato dalla Griffith University per ricordare che nella prima metà del 2025 Pechino e le aziende cinesi hanno investito in Africa 39 mld di dollari, con un aumento complessivo del 400% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In fondo, quel che vale per la globalizzazione vale anche per la Belt and Road Initiative: il progetto di sviluppo euroasiatico lanciato nel 2013 dal Presidente Xi Jinping è ben lungi dall’aver esaurito la propria spinta propulsiva e continua ad essere uno strumento di conquista geostrategica per il Paese della Grande Muraglia. “I numeri parlano da soli ed evidenziano il riposizionamento strategico della Cina sullo scacchiere internazionale ma va detto che anche la Russia e la Turchia hanno rafforzato negli anni gli scambi commerciali con i Paesi africani”.
L’Europa è rimasta invece a guardare: “A parte l’ultima relazione sul ruolo delle Regioni e dei comuni per l’attuazione di una strategia per l’Africa, approvata l’anno scorso dal Comitato Europeo delle Regioni, non si intravedono piani di azione concreti a favore di una reale integrazione strategica tra i Paesi europei e quelli africani” dichiara Parenti. “Da questo punto di vista non posso non condividere le opinioni del professor Maurizio Maresca, che su Port News ha stigmatizzato la situazione di crisi acuta in cui da tempo è sprofondata l’Ue (leggi qui l’intervista )”.
Per il manager ha ragione l’economista Lucrezia Reichlin quando sul Corriere della Sera afferma che la crisi dell’UE non è solo finanziaria ma geopolitica, ed anche istituzionale. “La forma ibrida di federalismo che la caratterizza presenta oggi limiti evidenti e lo vediamo anche per come sono stati gestiti ad oggi i rapporti politici, commerciali e militari nel Mediterraneo” afferma, sottolineando che “l’UE è rimasta vittima dei propri limiti strutturali e non ha saputo costruire nel tempo un level playing field comune tra i porti europei che si affacciano sul Mare Nostrum e quelli della sponda sud. Anche il Global Gateway, istituito nel 2021 per promuovere gli investimenti nella connettività a livello mondiale non ha ancora oggi individuato né priorità chiare né regioni beneficiarie ben definite”.
Il direttore generale dell’Associazione nazionale delle compagnie e imprese portuali denuncia l’incontrollabile propensione dei tecnocrati di Bruxelles a volersi fare del male; prende a titolo di esempio la “illogica e autolesionista” norma sull’ETS applicata al trasposto su nave (“un meccanismo per la riduzione delle emissioni di gas serra che svantaggia i porti dell’Unione Europea, e segnatamente quelli mediterranei, rispetto ai porti extra-UE, soprattutto nordafricani”) ma punta il dito anche contro le norme sugli aiuti di Stato “che ormai limitano la capacità dei Paesi membri di investire nello sviluppo delle proprie aziende e dei propri asset strategici, creando così degli svantaggi competitivi importanti rispetto alle multinazionali cinesi, di Singapore e sudcoreane, che grazie al dinamismo dei rispettivi Stati sono riuscite a ribaltare in pochi anni le quote di molti mercati di produzione e a rafforzare la propria presenza in Europa e nel Mondo”.
Ultimo esempio preso ad esame per la disamina sul tafazzismo europeo, la disputa tra la Commissione e l’Italia sulla tassazione dei porti italiani “accusati ingiustamente dall’UE di richiedere un regime di favore rispetto agli scali portuali del Nord Europa, i cui enti gestori di porti sono società per azioni che operano come attività economiche e prestano servizi portuali dietro remunerazione”.
Se però nell’intervista rilasciata a Port News Maresca ritiene che la soluzione alla crisi tutta europea vada trovata fuori dai confini dell’Europa, attraverso la definizione di nuove politiche di vicinato che permettano ai Paesi del Mare Nostrum di sedersi attorno a un tavolo e di elaborare una strategia comune in materia di integrazione mediterranea, Parenti rimane convinto che l’UE debba trovare dentro di sé la spinta necessaria per sopravvivere nel contesto internazionale: “Occorre fare carta straccia delle norme dannose e modificare le regole di ingaggio interne che ad oggi hanno sfavorito i Paesi mediterranei a discapito di quelli del nord Europa” dice. “L’UE ha bisogno di dotarsi di nuovi e dinamici strumenti normativi anche per confrontarsi alla pari, come nel caso della fiscalità, con i paesi extra-comunitari – aggiunge -, di certo bisogna impedire che in Europa si continuino a seguire illogiche strategie attuate da tecnocrati che non hanno alcun contatto con la realtà e il contesto geopolitico, con ricadute socio economiche che stiamo vivendo “.
Quanto all’Italia, una delle questioni aperte rimane quella dell’agibilità operativa delle Autorità di Sistema Portuali, chiamate oggi ad assumere un ruolo imprenditoriale e non soltanto regolatorio: “Come giustamente sottolineato da Zeno D’Agostino e da Pasqualino Monti in più di un’occasione, il Golden Power da solo non può consentire allo Stato di esercitare fino in fondo il ruolo di indirizzo pubblico che gli è proprio; le imprese statali stanno investendo da tempo in Europa – lo ha fatto Cosco con il terminal Tollerort di Amburgo, lo ha fatto ad esempio PSA International a Genova – , auspico, pertanto, che con la nuova riforma lo Stato possa rafforzare sia il proprio ruolo di regolatore del mercato interno che quello di investitore in altri mercati, funzione, quest’ultima, da sviluppare attraverso la creazione di una nuova, possibile società pubblica”.
