In un contesto in cui l’UE ha da tempo smesso di fungere da motore naturale per gli auspicati sviluppi di una ulteriore integrazione euro-mediterranea, spetta ai Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum sedersi al tavolo ed elaborare una vera e propria politica di comune accordo.
E’ questa, in estrema sintesi, l’opinione di Maurizio Maresca. “Il mondo è molto cambiato in questi anni” afferma il noto avvocato marittimista e professore ordinario di diritto dell’Unione Europea all’Università di Udine. “Sono venute meno le regole che governavano il commercio internazionale (il Wto in primis, ma anche i principi in materia di libertà di navigazione di cui alla Unclos)” aggiunge, sottolineando che “l’Unione Europea ha visto progressivamente indebolirsi il proprio ruolo, mostrandosi incapace non soltanto di costruire una qualsivoglia politica industriale ed estera ma anche di governare il mercato unico, devastato da barriere e regole uniche”.
Oggi è il concetto stesso di integrazione sovranazionale ad essere entrato in crisi, a causa della tendenza sempre più diffusa di contrapporre le sovranità nazionali a quella condivisa a livello europeo. “Il commercio internazionale è frenato dalle politiche imperialiste che stanno innescando nuove rivalità e tensioni non soltanto nel Mediterraneo ma anche nel Mar Rosso. Intanto sta prendendo forza la prospettiva di una via artica, che offre a paesi come la Cina e la Russia una nuova rotta commerciale, molto più efficiente rispetto alle tradizionali rotte attraverso il Canale di Suez”.
Quello che si prospetta è quindi un duplice aggiramento del Mediterraneo da parte di nuove rotte marittime: da nord con la rotta artica, e da sud con la nuova rotta africana, diventata una via alternativa a Suez dopo che gli Houthi hanno cominciato a minacciare la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso.
Calcolarne gli effetti pratici nei prossimi anni dovrebbe essere uno dei compiti dell’Unione Europea ma il rischio che il Mare Nostrum perda il suo peso è sempre più probabile.
Quello che si delinea è uno scenario complesso, che a detta del docente universitario non può essere più ignorato dai mandarini di Bruxelles. Anche l’Italia è chiamata ad un nuovo sforzo per tutelare i propri interessi nell’area mediterranea, vedendo oggi la propria posizione minacciata in tutto il quadrante del Maghreb. Per Maresca si tratta di portare avanti una politica che vada oltre le contingenze del momento, e che permetta di ricondurre ad una più ampia cornice strategica i progetti frammentari del Piano Mattei e gli annunci in materia di riforma della legge 84/94, una rivoluzione – quest’ultima – promessa ma mai veramente attuata con il dlgs 169.
Di fronte a questa situazione, qualunque riflessione sul futuro dell’Italia nel Mediterraneo non può che partire dalla consapevolezza di due aspetti fondamentali.
Il primo. “Si è sempre faticato a prendere atto che la politica marittima e, in senso più ampio, la politica dei trasporti, la fanno le grandi compagnie. Un tempo il Mediterraneo traeva la propria forza strategica dal fatto di essere una via di passaggio obbligatoria per i traffici lungo le rotte est-ovest. Oggi non è più così. Ci sono molte altre alternative tra le quali le compagnie di navigazione possono scegliere per salvaguardare le proprie esigenze”.
Il secondo. “Il ruolo che oggi l’Italia svolge nel Mediterraneo è messo in crisi dalle pretese egemoniche della Turchia, dagli interessi securitari dell’Egitto e dal rinnovato protagonismo di Spagna, Croazia, Grecia e, soprattutto, Slovenia, la porta di accesso dell’Adriatico, un Paese che a breve inaugurerà le gallerie per il secondo binario della ferrovia Koper-Divača (Capodistria-Divaccia), aumentando la propria attrattività competitiva a danno ad esempio di Trieste”.
Secondo Maresca, “questi Paesi, oltre a Francia, Austria, Germania ed Ungheria, devono sviluppare, sempre d’intesa con i grandi operatori di traffici e i principali atenei, precise proposte e/o azioni in materia di integrazione mediterranea”.
Il che significa mettere in secondo piano le politiche nazionali per costruirne una sola.
“Se l’Unione europea è in crisi si abbia il coraggio di sedersi ad un tavolo fra i paesi del Mediterraneo per assicurare una vera e propria politica comune di crescita fatta di libertà economiche, di iniziative industriali, di Università (almeno una o due) capaci di giustapporsi agli atenei americani, inglesi, cinesi e svizzeri che oggi dominano il settore” è la proposta dell’avvocato marittimista.
Si tratta di andare oltre l’Unione per il Mediterraneo, su cui, nel lontano 2008, erano state poste le attese di rilancio della cooperazione euro-mediterranea, e che non è mai riuscita veramente a decollare, a causa soprattutto dell’alta volatilità dello scenario mediorientale.
“Città come Barcellona, Ginevra, Napoli, Zurigo, Genova, Il Cairo, Monaco, Atene, Lubiana, Istanbul e molte altre possono ben ospitare e promuovere una conferenza che coinvolga i paesi marittimi e le grandi imprese” è il suggerimento del docente universitario. L’obiettivo non sarebbe quello di “celebrare una primazia che non esiste più (se mai fosse esistita)”, ma di “ragionare sul futuro del Mediterraneo ed evitare che lo stesso continui ad essere luogo di lusso sfrenato nei santuari del turismo e luogo di morte nelle rotte delle migrazioni più violente”.
“Ovviamente – conclude Maresca – al centro della conferenza vi devono essere gli aspetti internazionali di una comunità ormai allo stremo, come il rispetto di alcune regole di ingaggio e il presidio delle libertà economiche e della libertà di navigazione”.