© Luigi Angelica
Interviste

Dalla ricostruzione del dopoguerra alla Darsena Europa

La storia del porto come bussola per il futuro

di Redazione

Ottant’anni di storia del porto di Livorno, dal 1945 al 2025, per provare a capire non soltanto che cosa è stato, ma soprattutto che cosa può ancora essere. È questa la prospettiva dalla quale Maurizio Bettini guarda al porto livornese nel volume Il porto di Livorno 1945-2025. Ascesa, declino e futuro di un porto internazionale, oltre duecento pagine pubblicate da Media Print Editore e presentate stamani a Livorno, nella splendida cornice della Fortezza Vecchia.

Una sede particolarmente evocativa per un libro che attraversa otto decenni della storia dello scalo e che, partendo dal secondo dopoguerra, arriva fino alla fase attuale, dentro un sistema istituzionale e portuale profondamente diverso da quello delle origini. All’incontro, insieme all’autore, hanno partecipato il presidente dell’AdSP del Mar Tirreno Settentrionale, il professor Roberto Giulianelli dell’Università Politecnica delle Marche, il dirigente promozione e formazione della Port Authority, Claudio Capuano, e Lorenzo Riposati, amministratore unico di Porto Immobiliare srl.

Il sottotitolo — Ascesa, declino e futuro di un porto internazionale — dice già molto dell’approccio di Bettini: non una celebrazione del passato, ma il tentativo di leggere attraverso la storia le condizioni che hanno consentito al porto di crescere, quelle che ne hanno accompagnato le difficoltà e, soprattutto, le scelte dalle quali dipenderà la sua prossima fase.

È su questi temi che Bettini si è soffermato nell’intervista rilasciata a Port News in occasione della presentazione del volume. “Scrivere questo libro — spiega l’autore — è nato innanzitutto dall’esigenza di colmare un vuoto. Non tanto quello di una ricostruzione cronologica delle vicende dello scalo livornese, quanto quello di una riflessione capace di collocare la storia del porto dentro una prospettiva propriamente strutturale”.

È qui che si trova la chiave di lettura dell’intero lavoro. Per Bettini il porto non può essere osservato soltanto attraverso i dati dell’anno, l’andamento dei traffici o le oscillazioni della domanda. “Il porto, infatti, è per sua natura un organismo complesso”, osserva. Le sue performance sono il risultato di fattori “economici, logistici, infrastrutturali, territoriali, tecnologici e geopolitici” che agiscono su periodi molto più lunghi rispetto a quelli normalmente considerati dalle analisi congiunturali.

Da qui la domanda che, più di ogni altra, accompagna il libro: “Dove sarà il porto tra venti o trent’anni?”. Una domanda che, nella lettura di Bettini, non può essere separata dalle decisioni prese oggi. “Un porto non cambia dimensione, funzione e posizione competitiva soltanto in conseguenza dei mutamenti dello scenario internazionale. Cambia anche in funzione degli investimenti che realizza, delle infrastrutture che programma, dei tempi con cui le porta a compimento e della capacità delle istituzioni e degli operatori di costruire una visione condivisa del suo sviluppo”.

È dunque la storia stessa a diventare uno strumento per interrogare il futuro. Bettini ricostruisce gli ottant’anni dello scalo per mettere in discussione l’idea che il destino di un porto sia già scritto dalla geografia o dalla sua posizione nei grandi flussi del commercio internazionale.

“La storia di Livorno racconta qualcosa di diverso”, sostiene. “Nel corso degli ultimi ottant’anni lo scalo ha attraversato fasi di crescita, trasformazione, difficoltà e rilancio, modificando più volte il proprio ruolo nel sistema nazionale e mediterraneo”. Le condizioni esterne, sottolinea, hanno avuto un peso decisivo, ma «non hanno determinato automaticamente gli esiti”. A fare la differenza sono state anche le scelte sulle infrastrutture, sugli assetti organizzativi, sulle connessioni terrestri, sulla specializzazione dei traffici e sulle relazioni con il territorio.

È una considerazione che porta direttamente alla responsabilità di chi governa e programma lo scalo. “Per questa ragione la storia di un porto è anche, inevitabilmente, la storia della sua classe dirigente”, afferma Bettini, precisando che il concetto va inteso non soltanto in senso politico o amministrativo, ma come riferimento a “una comunità di soggetti chiamati a programmare, decidere, investire e realizzare”.

Il passaggio più significativo del libro riguarda però gli anni successivi alla riforma portuale del 1994. Bettini individua tre fasi nella programmazione dello scalo. La prima, fra il 1995 e il 2005, è definita quella del “temporeggiamento nella pianificazione”: non un periodo di inattività, precisa, perché quegli anni furono segnati da una forte operatività, soprattutto sul fronte dei dragaggi e delle opere pubbliche. Il problema, piuttosto, fu la difficoltà a trasformare quell’attività in una nuova visione complessiva dello scalo.

“Gestire un porto e progettare il suo futuro sono due funzioni diverse, entrambe necessarie, ma non sostituibili l’una all’altra”, osserva Bettini.

La seconda fase, fra il 2005 e il 2010, è quella nella quale prende forma il lavoro di programmazione che porterà a una nuova configurazione dello scalo. In questo percorso rientrano il Piano Conoscitivo del 2005, realizzato da Modimar, e le procedure legate al Piano operativo triennale 2007-2009. È in questo contesto che emerge anche il concetto di “porto dei porti”, cioè l’idea di uno scalo articolato in funzioni e ambiti differenti ma chiamati a concorrere a una strategia complessiva.

Nel 2008 l’accordo tra Regione Toscana, Autorità Portuale e Comune di Livorno aggiunge un ulteriore tassello. L’accordo procedimentale contiene gli indirizzi per la costruzione del nuovo Piano regolatore portuale e contribuisce a definire il quadro istituzionale nel quale dovrà maturare la successiva fase di pianificazione.

La terza fase è quella della pianificazione effettiva: le quattro varianti anticipatrici elaborate fra il 2008 e il 2013, l’adozione del Piano da parte del Consiglio comunale nel 2013 e infine, nel marzo 2015, l’approvazione del Piano regolatore portuale. “Quella data rappresenta uno snodo fondamentale”, sottolinea Bettini. Il Prp del 2015 “non è soltanto un documento tecnico-amministrativo”, ma “la formalizzazione di una visione di lungo periodo», una cornice nella quale il porto avrebbe dovuto trovare “una nuova dimensione infrastrutturale e competitiva”.

Ma è proprio qui che emerge una delle questioni centrali del libro: pianificare non significa necessariamente realizzare.

“Dal 2015 al 2025 si apre infatti una fase lunga e complessa”, afferma Bettini, fatta di preparazione degli interventi, autorizzazioni, procedure e costruzione delle condizioni necessarie alla loro attuazione. Ed è una fase che mette in evidenza, secondo l’autore, “una delle principali criticità della politica infrastrutturale italiana”: il tempo che intercorre fra l’elaborazione di una visione e la sua trasformazione in un’opera può essere tanto lungo da modificare, nel frattempo, le condizioni economiche, tecnologiche e competitive alle quali quella stessa visione avrebbe dovuto rispondere.

Il punto di arrivo di questa riflessione è la Darsena Europa. Per Bettini non si tratta semplicemente di una grande opera, ma del possibile passaggio da un modello portuale a un altro.

“La Darsena Europa non deve essere considerata soltanto come il principale investimento infrastrutturale del porto”, afferma. Nella prospettiva del Piano regolatore portuale del 2015, rappresenta l’elemento attraverso il quale Livorno può ambire “a un salto dimensionale e funzionale capace di modificarne il posizionamento non soltanto nel sistema portuale italiano, ma nell’intero bacino mediterraneo”.

Il confronto con il passato, del resto, mostra che l’idea di un salto di scala non nasce oggi. Bettini richiama il Piano Vian del 1965 e il Piano di Bonifica del 1982, entrambi fondati su ipotesi di espansione a mare che, per molti aspetti, anticipavano concettualmente quella che oggi viene chiamata Darsena Europa. “Quei progetti non trovarono compiuta realizzazione”, osserva, ma il loro significato storico sta anche nella capacità di avere individuato, in momenti diversi, “la necessità di un salto di scala del porto”.

Oggi, però, la situazione è diversa. “La Darsena Europa costituisce qualcosa di più di una semplice prospettiva, ma ancora qualcosa di assai meno di una realtà compiuta”, sottolinea Bettini. È “un orizzonte in evoluzione”, attraversato da complessità tecniche, negoziazioni istituzionali, vincoli procedurali e mutamenti dello scenario economico e logistico.

Ed è proprio per questo che il libro, arrivato all’oggi, torna alla sua domanda iniziale. Non se il progetto sia ambizioso, ma quale ruolo Livorno voglia svolgere nel Mediterraneo dei prossimi decenni.

“La questione che si pone oggi — sottolinea ancora l’autore — è comprendere quale ruolo il porto di Livorno intenda svolgere nel sistema mediterraneo dei prossimi decenni e se l’attuale processo di trasformazione sarà in grado di tradurre quella visione in una realtà infrastrutturale, industriale e logistica coerente”.

La conclusione è netta e, allo stesso tempo, lascia aperto il campo alle decisioni future: “Il futuro del porto non è scritto”. La storia dal 1945 a oggi dimostra, secondo Bettini, che contano le condizioni internazionali, la geografia e la struttura dei mercati, ma contano altrettanto “le decisioni, la qualità della programmazione, la capacità di realizzare ciò che viene programmato e la continuità con cui una comunità territoriale e istituzionale persegue una strategia”.

E la Darsena Europa, nella sua lettura, si trova esattamente all’incrocio di queste dimensioni: fra la memoria del grande disegno del 2015 e la necessità di trasformarlo in infrastrutture operative. “È una condizione di transizione”, scrive l’autore. Ma è anche il momento nel quale le scelte acquistano un valore particolare.

Perché, conclude Bettini, “nella storia dei porti, non tutte le occasioni sono uguali”. E la capacità di riconoscere quelle decisive e trasformarle “in programmi, opere e risultati” è una delle condizioni fondamentali attraverso le quali uno scalo può evitare la marginalità e costruire il proprio futuro.

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