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Focus

Pubblicato il nuovo rapporto dell'UNCTAD

Dalla globalizzazione alla geoeconomia: il salto che spacca i mercati

di Redazione

L’economia globale ha assorbito le pressioni del 2026 con una resilienza superiore alle aspettative. Il conflitto in Medio Oriente ha interrotto i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, facendo salire il prezzo del greggio Brent è salito da 70 a oltre 110 dollari al barile provocando una nuova accelerazione dell’inflazione. Eppure, il commercio mondiale, che lo scorso anno ha raggiunto il record di 35.000 miliardi di dollari, è destinato a crescere di circa il 4 per cento nel 2026.

Le tensioni geopolitiche hanno conseguenze dirette anche sul trasporto marittimo, infrastruttura essenziale del commercio internazionale. La crisi dello Stretto di Hormuz evidenzia la vulnerabilità dei principali chokepoint marittimi: attraverso questo passaggio transita, in condizioni normali, circa un quarto del petrolio trasportato via mare a livello mondiale, oltre a volumi significativi di gas naturale liquefatto e fertilizzanti. L’organizzazione stima che il traffico attraverso lo Stretto sia diminuito di circa il 95% nelle fasi iniziali del conflitto e sia rimasto fortemente limitato fino ad agosto.

Le interruzioni dei flussi marittimi si ripercuotono sui mercati energetici e sulle catene globali di approvvigionamento, mentre l’aumento dei prezzi dei carburanti navali, dei noli e dei premi assicurativi accresce i costi del trasporto. Gli effetti si propagano così ben oltre le aree direttamente interessate dai conflitti, con conseguenze particolarmente pesanti per le economie dipendenti dalle importazioni di energia e beni essenziali.

È il quadro che emerge dal rapporto annuale dell’UNCTAD (Trade and Development 2026: The Geoeconomics of Development). La Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo sottolinea tuttavia come la resilienza del commercio mondiale nasconda una divergenza sempre più ampia tra le economie. La crescita globale è prevista al 2,6 per cento nel 2026 e al 2,7 per cento nel 2027, in calo rispetto al 2,9 per cento del 2025. Al di fuori di alcune economie asiatiche in rapida espansione, i Paesi in via di sviluppo nel loro complesso non stanno più recuperando terreno rispetto alle economie sviluppate.

Le economie dipendenti dalle importazioni sono particolarmente esposte agli shock esterni e devono affrontarne le conseguenze con margini di manovra fiscale sempre più ridotti e costi crescenti per il servizio del debito.

Il report riconduce queste contraddizioni all’ascesa della geoeconomia: l’impiego da parte degli Stati del commercio, della finanza e della tecnologia per perseguire obiettivi strategici, soprattutto nei settori considerati cruciali per la sicurezza nazionale e la leadership tecnologica. “Nell’attuale contesto geoeconomico, la globalizzazione non viene invertita, né la frammentazione rappresenta la caratteristica definitiva dell’economia mondiale. Piuttosto, la logica a somma zero della competizione strategica prevale sull’efficienza dei mercati” scrivono gli autori del report, aggiungendo che “le politiche settoriali e le strategie di integrazione economica vengono sempre più subordinate a esigenze di sicurezza nazionale”. In poche parole:  “La competizione si svolge inoltre in misura crescente attraverso l’impiego strategico degli strumenti economici e finanziari da parte degli Stati, anziché esclusivamente attraverso i mercati o le imprese”.

Le conseguenze sono già visibili nell’organizzazione dell’economia globale. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale hanno reso più sfumato il confine tra economia e sicurezza nazionale. La posizione geografica esercita un’influenza significativa sulle catene di approvvigionamento. La globalizzazione prosegue, ma lungo nuove linee di divisione e di competizione.
Per i Paesi in via di sviluppo, questo cambiamento investe le fondamenta stesse dello sviluppo. L’industrializzazione, il commercio di beni e l’integrazione nelle catene globali del valore hanno rappresentato a lungo una via per raggiungere livelli di reddito più elevati.

“Oggi, ciascun gradino di questa scala è diventato meno affidabile” afferma il segretario generale dell’UNCTAD, Pedro Manuel Moreno. “La creazione di valore si sta spostando verso settori strategici — semiconduttori, intelligenza artificiale e tecnologie pulite — caratterizzati da elevati costi di ingresso”.

“Le economie sviluppate – fa osservare Moreno – attirano circa il 70 per cento degli investimenti greenfield in tutti questi settori, ad eccezione dei minerali critici, ambito in cui prevalgono le economie in via di sviluppo, che tuttavia incontrano difficoltà nel generare valore aggiunto”.

L’UNCTAD evidenzia come il commercio globale si stia riorganizzando in modo selettivo.  Le relazioni bilaterali e i corridoi produttivi stanno cambiando, senza che si verifichi un arretramento generalizzato dell’integrazione economica. L’accesso ai mercati diventa sempre più differenziato e dipendente dalle politiche adottate, mentre requisiti specifici relativi ai partner commerciali e ai settori produttivi condizionano sempre più la partecipazione agli scambi.

L’andamento dei principali corridoi commerciali conferma questa tendenza. Tra il 2019 e il 2024, gli scambi sono aumentati nella maggior parte delle relazioni commerciali, nonostante la pandemia, le interruzioni logistiche e la competizione strategica.

Dal 2024, il commercio tra Cina e Stati Uniti è diminuito di oltre il 20 per cento. Tuttavia, mentre le importazioni cinesi dagli Stati Uniti e dall’Europa si indebolivano, i legami commerciali della Cina con il resto dell’Asia orientale si rafforzavano.

L’Asia orientale è diventata la principale beneficiaria di questo progressivo riorientamento: i suoi scambi commerciali sono cresciuti sia con la Cina sia con il Nord America, poiché le imprese hanno diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, continuando al contempo a fare affidamento su input provenienti da filiere incentrate sulla Cina.

La riconfigurazione del commercio sta inoltre creando nuove partnership commerciali per le esportazioni e facendone scomparire altre.

Le altre economie in via di sviluppo hanno registrato risultati meno positivi. Tra il 2019 e il 2024, gli scambi commerciali tra di esse sono cresciuti a un ritmo annuo di circa l’8 per cento, ma nel 2025 l’incremento è stato pari soltanto al 2,5 per cento, a fronte di una crescita del commercio mondiale di beni di circa il 7 per cento. Il loro dinamismo dipende oggi maggiormente dai legami con i principali poli economici.

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