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Politica commerciale USA

Il fragile scudo di Trump: perché i nuovi dazi rischiano il collasso

di Redazione

La nuova strategia tariffaria della Casa Bianca rischia di aprire due fronti critici per Trump: il rischio di una bocciatura nei tribunali americani e l’escalation delle tensioni con i partner commerciali storici.

A lanciare l’allarme è un’analisi del Peterson Institute for International Economics (PIIE), secondo cui la linea dell’amministrazione rischia di indebolire sia la tenuta legale interna sia gli interessi strategici globali degli Stati Uniti.

Al centro del dibattito ci sono i nuovi dazi sulle importazioni compresi tra il 10% e il 12,5%, applicati a  circa 60 paesi dopo lo stop legale imposto in precedenze ad altre manovre finanziarie basate sull’emergenza nazionale. Per approvarli, la Casa Bianca ha attivato la Sezione 301 del Trade Act del 1974, una norma nata per sanzionare i paesi che sfruttano il lavoro forzato.

Tuttavia, la base giuridica viene considerata fragile dagli esperti legali. Secondo gli analisti, la motivazione del lavoro forzato sarebbe solo un pretesto per aggirare i paletti della magistratura e reintrodurre tariffe che la Corte Suprema aveva già bocciato e dichiarato illegali.

A confermare la tesi sono i dati forniti da William R. Cline, ricercatore del PIIE. Secondo lo studio, il valore dei dazi imposti dall’amministrazione Trump è da 40 a 50 volte superiore rispetto al reale danno economico subito dagli Stati Uniti a causa del lavoro forzato. Un divario che rende le misure vulnerabili al controllo dei giudici e amplifica gli effetti collaterali ben oltre gli obiettivi geopolitici dichiarati.

L’analisi di William R. Cline parte dagli ultimi dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Nel mondo si contano 27,6 milioni di persone sottoposte a lavoro forzato. Di queste, 6,35 milioni subiscono lo sfruttamento sessuale e 3,86 milioni sono legate a forme di lavoro imposto dallo Stato. I rstanti 17,39 milioni lavorano in settori non commerciali i cui beni non vengono esportati, come i servizi (32%), l’edilizia (16,3%) e il lavoro domestico (8,2%). I settori commerciali legati all’export contano invece appena 5,5 milioni di lavoratori, divisi tra manifatura (3,2 milioni), agricoltura (2,1 milioni) e attività minerarie (0,2 milioni).

I numeri cambiano dimensione se confrontati con la forza lavoro globale. Secondo la Banca Mondiale, l’offerta di lavoro totale ha raggiunto nel 2024 i 3,74 miliardi di persone. Il lavoro forzato rappresenta quindi appena lo 0,74% del totale mondiale.

I solando i paesi non-OCSE (fuori dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), l’incidenza cala ulteriormente. In queste aree, i 5,5 milioni di lavoratori forzati nei settori commerciali rappresentano lo 0,36% di una forza lavoro totale di 1,537 miliardi di persone.

Secondo Cline, l’eliminazione totale del lavoro forzato nei paesi non-OCSE ridurrebbe la produzione di beni commerciali dello 0,25%, tagliando le importazioni dei paesi OCSE di appena un quarto di punto percentuale.

I dati evidenziano quanto fragile sia l’impalcatura su cui poggia l’intera strategia tariffaria della Casa Banca. L’eliminazione dello sfruttamento aumenterebbe le esportazioni statunitensi verso i partner OCSE di 3,09 miliardi di dollari (+0,218% su un totale di 1.420 miliardi). Con un’elasticità della domanda pari a uno, il dazio giustificato per compensare il danno sarebbe appena dello 0,22%. Il dazio introdotto da Donald Trump risulta quindi essere 45 volte superiore al livello giustificato per i paesi con tariffa al 10%; 57 volte superiore per quelli con tariffa al 12,5%.

Lo squilibrio si conferma anche nei confronti dei paesi non-OCSE. Nel 2024 le importazioni americane da questi mercati hanno toccato i 1.225 miliardi di dollari (il 37,5% del totale degli Stati Uniti). Di questi, solo 3,06 miliardi (lo 0,25%) sono riconducibili al lavoro forzato. Una quota che giustificherebbe un dazio massimo dello 0,25%. La tariffa del 12,5% decisa dall’amministrazione Trump è quindi 50 volte più alta del livello economico reale, conciossiacosaché le decisioni di politica monetaria e doganale dovrebbero sempre mantenere un principio di proporzionalità rispetto al danno che intendono sanare.

I dati del Peterson Institute mostrano un divario netto tra la realtà dei flussi commerciali e la scelta politica di Washington. La fragilità numerica e concettuale della Sezione 301 offrirà un’arma perfetta per smontare le decisioni della Casa Bianca: tali argomentazioni saranno usate sia dai paesi colpiti dai dazi, sia dai 25 Stati americani che hanno già impugnato le nuove misure, imperocché un tale squilibrio economico espone il fianco a ricorsi immediati e quasi certamente vincenti, inaugurando una stagione di durissimi scontri legali e comerciali.

“Le azioni commerciali destinate a far avanzare gli obiettivi economici degli Stati Uniti potrebbero, alla fine, produrre conseguenze involontarie” afferma l’esperto, Carly Fields, in un articolo pubblicato sul Baltic Exchange. “L’implicazione più ampia per l’industria è che la politica commerciale non è più solo una questione di dazi doganali e procedure d’importazione. Essa si è profondamente intrecciata con questioni costituzionali, relazioni diplomatiche e competizione geopolitica”.

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