Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e il Mar Arabico, rendendolo una delle rotte marittime più strategicamente importanti al mondo, in particolare per le esportazioni energetiche globali.
Si stima che il 20% del petrolio mondiale e una quota sostanziale di gas naturale liquefatto (GNL) transitino attraverso questo stretto passaggio. Al di là della percentuale esatta, ciò che conta di più è l’importanza strategica dello Stretto.
Quale collo di bottiglia critico, una sua interruzione prolungata suggerirebbe che le tensioni regionali abbiano raggiunto un punto di rottura, compromettendo gravemente la capacità della regione di funzionare economicamente e politicamente. La sua chiusura non solo ostacola il flusso in uscita delle principali materie prime energetiche (specialmente petrolio greggio e GNL vitali per i mercati globali), ma interrompe anche l’importazione di beni essenziali nei paesi del Golfo.
L’impatto risultante si ripercuoterebbe ben oltre la regione, mettendo sotto pressione le catene di approvvigionamento globali, facendo lievitare i prezzi dell’energia e minacciando la sicurezza energetica internazionale.
L’Iran controlla la sponda settentrionale dello Stretto di Hormuz, il che lo pone in una posizione strategicamente dominante su uno dei più importanti chokepoint marittimi del mondo. Questo vantaggio geografico consente a Teheran di esercitare un’influenza significativa sul traffico marittimo regionale, specialmente sulle esportazioni di energia.
Chi è più danneggiato dalla chiusura dello Stretto
Gli Stati Uniti risultano tra i Paesi che rischiano di subire i maggiori contraccolpi da una chiusura prolungata della via marittima. Washington mantiene una solida presenza navale nella regione, inclusa la Quinta Flotta con sede in Bahrain, per garantire il libero flusso del commercio. Sebbene gli USA abbiano ridotto la dipendenza dal petrolio del Golfo grazie alla produzione interna, restano oggi fortemente preoccupati per la stabilità dei prezzi mondiali e per le forniture degli alleati.
Anche l’Arabia Saudita ha molto da perdere dalla sospensione prolungata dei traffici nella zona. Essendo uno dei maggiori esportatori al mondo di petrolio, la sua economia è estremamente sensibile alle interruzioni a Hormuz. La chiusura dello Stretto colpisce le sue entrate fiscali e complica i piani di riforma economica come Vision 2030.
Per Emirati Arabi e Qatar Hormuz Hormuz è un passaggio fondamentale. I primi hanno cercato in passato di mitigare i rischi derivanti dalla possibile chiusura dello Stretto investendo in infrastrutture alternative, come l’oleodotto Habshan-Fujairah, che permette di esportare greggio bypassando lo Stretto. Tuttavia, porti come Fujairah restano vulnerabili a causa della vicinanza all’area dei conflitti. Lo Stretto è indispensabile anche per l’economia qatariota: il Paese risulta essere il principale esportatore mondiale di GNL; qualsiasi interruzione avrebbe conseguenze economiche immediate e di vasta portata sulla sua capacità di export.
Anche il Kuwait e il Bahrain dipendono pesantemente dallo Stretto sia per le esportazioni di petrolio che per l’importazione di beni essenziali (cibo e prodotti di consumo). Una chiusura prolungata di questa via commerciale avrebbe un impatto sproporzionato sulla loro stabilità economica e sul benessere pubblico.
Chiaramente, i grandi consumatori asiatici (Cina, India, Giappone e Corea del Sud) dipendono fortemente da Hormuz per il loro fabbisogno energetico. Quanto all’Europa, sebbene la sua dipendenza diretta dal mercato asiatico sia minore, si subirebbero gli effetti indiretti tramite shock dei prezzi globali e incertezza economica.
Le ricadute per il mercato britannico
Un’analisi a parte merita il mercato britannico. Il profilo delle importazioni del Regno Unito nel 2024 è dominato in modo schiacciante dall’Europa e dal Mediterraneo, che insieme rappresentano oltre il 64,5% del tonnellaggio totale importato. L’Estremo Oriente, che comprende il Sud-est asiatico, l’Asia settentrionale e l’Asia orientale, rappresenta collettivamente il 6,5% delle importazioni totali del Regno Unito per tonnellaggio.
Ciò indica una continua dipendenza dalla produzione e dalle materie prime asiatiche, in particolare dai principali hub industriali e fornitori di queste regioni. Le importazioni dalle regioni del Golfo e del subcontinente indiano costituiscono circa il 6% delle importazioni totali, riflettendo la domanda di prodotti legati all’energia, materie prime e beni industriali provenienti dal Medio Oriente e dall’Asia meridionale.
Data la dipendenza di Londra dalle importazioni dalla regione del Golfo, in particolare per i prodotti energetici, qualsiasi potenziale chiusura o interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz — un punto di passaggio marittimo critico per i flussi globali di petrolio e gas — potrebbe comportare rischi significativi per la sicurezza energetica e le catene di approvvigionamento del Paese, rendendo necessari piani di emergenza e la diversificazione delle rotte di importazione.
Con riferimento alle esportazioni, il focus del Regno Unito rimane concentrato in Europa e nel Nord America, con l’Asia e altre regioni che contribuiscono con quote minori ma strategicamente importanti. Sebbene la regione del Golfo e dell’ISC (Subcontinente Indiano) rappresenti una percentuale minore dei volumi di esportazione britannici rispetto all’Europa o al Nord America, una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe interrompere le catene di approvvigionamento e i flussi commerciali, in particolare per le merci che dipendono dalle rotte marittime attraverso questo corridoio vitale. Il Regno Unito potrebbe dover prendere in considerazione rotte alternative o un aumento dello stoccaggio di materie prime critiche per mitigare i potenziali impatti.
Il GNL
L’ultima riflessione spetta al GNL. Nel 2024, si stima che il commercio globale di gas naturale e manifatturato abbia raggiunto oltre 717 milioni di tonnellate, per un valore di quasi 394 miliardi di dollari. L’America del Nord rimane la principale fonte in termini di volume, ma l’Europa e la regione del Mediterraneo guidano per valore delle esportazioni, spinte dal commercio intra-regionale ad alto valore.
Il solo Golfo Arabico rappresenta il 17-18% del commercio globale di gas sia per volume che per valore, con il Qatar che domina come principale esportatore individuale, responsabile di oltre la metà dei flussi di gas del Golfo. I principali importatori di gas dal Golfo includono Cina, India, Corea del Sud e le principali economie europee, con diversi mercati minori che dipendono pesantemente da forniture ininterrotte.
Questa concentrazione evidenzia il ruolo critico dello Stretto di Hormuz come “collo di bottiglia”: qualsiasi interruzione potrebbe influenzare significativamente la sicurezza energetica globale e gli equilibri commerciali, in particolare per i paesi le cui importazioni di gas dipendono in modo schiacciante dai produttori del Golfo.