Interviste

Colloquio con Maurizio Maresca

Che partita vuole giocare l’Italia?

di Marco Casale

Ultimamente è assurta agli onori della cronaca la notizia di un nuovo, ennesimo, interessamento della Cina nei confronti della portualità italiana. In particolare, si è riportato come una società di Shenzen, chiamata Zenhua, abbia effettuato un esperimento di monitoraggio approfondito sulle nostre infrastrutture.

Mentre alcuni osservatori, come Luigi Merlo (di Federlogistica), hanno lanciato un grido di allarme mettendo in guardia dal “fascino pericoloso della Via della Seta”, altri non si sono scomposti più di tanto, esprimendo, anzi, un profondo scetticismo.

È il caso di Maurizio Maresca. In una video intervista rilasciata a Port News – la terza di un ciclo da poco avviato sulla nostra testata – l’avvocato marittimista si è detto sorpreso da tanto allarmismo: «Non intravedo alcun pericolo all’orizzonte – dice – i cinesi hanno provato, in passato, a portare avanti delle operazioni a Genova e a Trieste ma niente si è concretizzato. Segnalo invece che intanto Singapore si è comprata il porto ligure e che è un Paese sovrano tanto quanto lo sono i cinesi…».

Maresca lo dice chiaramente: «Così com’è fatta oggi, e con i problemi che ha, è difficile che l’Italia riesca ad affrontare la questione dei rapporti di forza con la Cina. Non lo ha fatto nei tempi passati, figuriamoci se lo fa ora».

C’è un tema, invece, che per il legale rimane centrale: «L’Unione Europea ci dice che dobbiamo diventare più competitivi e smetterla di buttare le risorse dentro cose che non servono». La scommessa di fondo è se l’Italia riuscirà a dare un contributo ad una Europa che vuole contare di più sullo scacchiere internazionale: «Rischiamo di restare un Paese con 45 porti di cui non uno di livello veramente europeo. O riusciamo a essere competitivi e a fare delle scelte di seria politica industriale o non andremo da nessuna parte».

Maresca chiede all’Esecutivo una svolta: «Dobbiamo decidere se investire seriamente su uno, massimo due porti nazionali in grado di servire gli inland terminal situati oltre le Alpi o se invece distribuire le risorse a pioggia per far stare in piedi n porti».

Questa sono le decisioni da prendere: «Alcuni Paesi, come la Francia e la Germania, credono che un’Europa unita, con i suoi European Champions (grandi imprese) possa giocare una partita economica significativa in contrapposizione alle logiche di sviluppo americane e cinesi.  La domanda che dobbiamo porci è se l’Italia voglia far parte di questa partita».

Il Covid-19 ha cambiato in modo profondo il quadro di insieme, creando disagi ma aprendo anche a nuove opportunità di sviluppo: «L’UE è disposta ad aiutare Roma con risorse importanti, 209 miliardi del Recovery Fund e i 50 mld del MES, ma ci chiede di fare le riforme, e non si tratta di riforme da poco: penso alla giustizia, alla burocrazia, al codice degli appalti e alla riorganizzazione della logistica e della stessa portualità italiana».

Per Maresca, il Governo e il Ministro per gli Affari Europei, Vincenzo Amendola, stanno lavorando seriamente nella selezione dei progetti cantierabili da presentare all’UE «ma occorre decidere se essere parte del progetto macroniano di una Europa sovrana, unita e democratica, un’Europa in grado di difendere i propri campioni, le grandi imprese, e di controllare gli investimenti stranieri. L’Italia è pronta per questo?».

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